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Il business sporco dell'energia pulita
Jacopo Emiliano Cherchi
La Nuova Sardegna 16/10/2005

Dopo diversi mesi dall'entrata in vigore nella Ue del protocollo di Kyoto l'Italia non ha ancora un progetto per ridurre le emissioni di gas inquinanti. Anzi, al contrario di quanto accade in altri stati europei dove l'adozione delle energie rinnovabili riesce a produrre benefìci sia ambientali che economici, nel nostro Paese essa minaccia di generare vere e proprie manovre speculative i cui costi ambientali vengono scaricati sulle regioni periferiche e meno popolate.
Emblematico è il paradosso della Sardegna, dove le multinazionali dell'energia minacciano il paesaggio dell'interno con l'intento di ripulirsi l'immagine speculando sull'energia eolica, una fonte rinnovabile e benefica. La precedente amministrazione di centro destra individuò la Sardegna come «piattaforma eolica del Mediterraneo», autorizzando la costruzione di 88 nuove centrali. La nuova giunta Soru, con un decreto collegato alla più famosa «legge salva coste», ha sospeso questi progetti subordinandoli a serie verifiche di impatto ambientale. Contro questo provvedimento il governo Berlusconi ha fatto ricorso alla Consulta e, qualora vincesse, arriverebbe a imporre alla Sardegna oltre l'80% di tutta l'energia eolica prevista per l'Italia. Si tratterebbe della più alta concentrazione di pale eoliche al mondo, una giungla di varie migliaia di piloni d'acciaio con impatti devastanti sulle località interessate.
Per poche briciole la Sardegna è chiamata a sostenere, quasi in solitudine, l'adeguamento italiano all'energia eolica e senza che questo sforzo arrechi un reale beneficio all'ambiente. Si calcola che oltre il 60% dell'energia eolica prodotta in Sardegna non potrà essere utilizzata: data la natura discontinua di tale energia,
la quantità che si vorrebbe produrre è troppo grande sia per essere consumata in loco, in sostituzione di quelle più inquinanti, che per essere «esportata» nella rete nazionale.
E allora perché produrla? Da una parte, l'operazione serve al governo nel tentativo di evitare le sanzioni europee dovute allo sforamento dei parametri di Kyoto. In secondo luogo, serve a certificare la possibilità di produrre maggiori quantità di energia «sporca»: elevando la quota di energia rinnovabile prodotta in Sardegna, le holding dell'energia possono elevare anche la quantità di energia inquinante prodotta in altre regioni. Nel 1999, quando la legge Bersani recepì il Protocollo di Kyoto obbligando le società energetiche al rispetto di una quota (il 2,35% dell'energia totale prodotta) proveniente da fonti rinnovabili, sono stati introdotti degli artifici giuridici chiamati «Certificati Verdi» che, con la liberalizzazione del mercato energetico, sono passibili di scambio e compravendita tra le varie società produttrici e importatrici di energia. Il valore dei certificati verdi, non essendo specificata nel dettaglio la natura delle fonti rinnovabili, ha spinto gli operatori privati ad investire nell'eolico, la fonte alternativa più economica e redditizia. Inoltre, spesso a discapito delle altre fonti di energia rinnovabile, l'eolico è fortemente sovvenzionato da finanziamenti europei e sgravi fiscali che contribuiscono a farne il business ecologico più ghiotto del momento. Questo ha indotto la creazione di una miriade di società più o meno reali che puntano all'accaparramento dei diritti di sfruttamento del vento: ben 24 le multinazionali presenti in Sardegna. Spesso si tratta di società fantasma che contano di rivendere a terzi e a peso d'oro tali diritti di sfruttamento, lasciando ben poche garanzie sul corretto utilizzo del territorio e sulle procedure di smaltimento delle turbine eoliche una volta dismesse. Tali società hanno usato i vuoti legislativi per ipotecare i diritti di sfruttamento delle terre più a buon mercato, abbindolando i molti Comuni impoveriti dai tagli ai trasferimenti.
La vicenda sarda fa riflettere sulla paradossale «via italiana alle energie rinnovabili». Ben poco si fa, ad esempio, per la diffusione di tecnologie energetiche basate sull'energia solare, dai costi ancora troppo elevati per le imprese e le famiglie, ma che consentirebbero una minor centralizzazione delle decisioni, un più basso impatto ambientale e un po' più di democrazia anche nella produzione e nel consumo energetico. L'efficacia delle diverse forme di energia rinnovabile risiede, infatti, nel loro impiego congiunto e diffuso sul territorio.



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