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Se l'artista si umilia a chiedere soldi al burocrate di Stato
Pierluigi Battista
Corriere della sera, 17 ottobre 2005

Solo Suso Cecchi D'Amico invoca la fine di festival e aiuti pubblici

Detto tutto il male possibile dell'odioso governo che taglia i fondi alla cultura e sacrifica l'ingegno artistico per inchinarsi al disgustoso idolo del mercato, ci sarà pure spazio per osservare che non è la quantità di contributi dello Stato il parametro principale su cui misurare il tasso di creatività estetica di una nazione? E sarà segno di grossolana ottusità intellettuale ritenere che l'arte non darà certamente manifestazioni di vitalità ed effervescenza solo perché uno stuolo di volonterosi burocrati avvezzi al sotterraneo lavorio delle commissioni preposte torna a spalancare con zelo (selettivo) la borsa dell'assistenza pubblica?
E infine: gli artisti che scendono in sciopero per impedire il culturicidio dei finanziamenti tagliati dal bieco governo in carica, insomma i Benigni, le Melato, i Maselli, magari avranno pure qualche ragion pratica dalla loro, tuttavia non trovano un po' umiliante che si leghino le sorti della cultura alla generosità delle erogazioni di Stato, i destini dell'arte agli aiuti politici, il vigore estetico alla mole dei fascicoli ammonticchiati sulle scrivanie di meticolosi funzionari di lottizzata nomina ministeriale?
Evidentemente no, non lo trovano umiliante. Anzi, a giudicare dalla veemenza delle loro proteste sembra davvero che la mediocrità di una stagione teatrale sia il frutto dell'avarizia assistenziale, che la lirica non potrà più esibire i gioielli del passato per la meschinità di un governo taccagno e che il cinema italiano sia costretto a vivacchiare perché negli uffici dei ministeri scarseggiano i timbri per vidimare i sempre più magri finanziamenti pubblici. Le voci contrarie, ma intimidite, sembrano quasi inesistenti. Fa eccezione Suso Cecchi D'Amico la quale, intervistata da Barbara Palombelli per il Corriere, ha sostenuto con ammirevole determinazione che il cinema italiano «può rinascere se si cancellano festival e aiuti statali» e che «bisogna azzerare tutto». Ma perfino Stefano Zecchi, che sul Giornale ha ironizzato sull'infinita perdita di tempo e di energie di un ceto artistico e intellettuale che inopinatamente dimostra di appassionarsi oltremisura al burocratese del «Fus» (Fondo unico per lo spettacolo), ha precisato che il problema non sta nelle copiose elargizioni di Stato alla cultura bensì nei criteri con cui ripartirli.
Eppure, nessuno che si interroghi sui destini della libertà artistica in una cornice in cui l'arte e la cultura siano costrette a dipendere dal mecenatismo di Stato, stavolta non più condizionato dai principeschi gusti di un sovrano o di un signore, ma dalla mutevole combinazione umorale di maggioranze politiche variabili e capricciose. Ignari dei richiami del Marc Fumaroli critico delle
degenerazioni dello «Stato culturale», gli artisti, i registi, i musicisti che spingono agli sportelli sempre più affollati dello Stato erogatore, in fondo sono sempre più disposti a riconoscere a Giuseppe Bottai il merito di aver approntato mirabili strumenti e leggi per la tutela dei beni culturali (compresa la munifica generosità di regime con cui venivano foraggiati gli artisti e gli intellettuali del tempo). Tendono tuttavia a sorvolare sulla non secondaria circostanza che la sensibilità per le cose dell'arte e della cultura di matrice bottaiana traesse forza nel quadro di uno Stato autoritario che proprio della magnificenza delle arti faceva motivo di supremazia sulle altre nazioni aduse ad abbandonare artisti e poeti alla stretta tentacolare di un mercato senz'anima. Niente è gratuito, e lo Stato erogatore che fissa l'entità delle protezioni in denaro, al contempo esige un prezzo (di libertà) da parte di chi usufruisce dei suoi benefici.



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