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La Fondazione Pomodoro: "Non chiamatelo museo, ma macchina per esporre"
Rosa Tessa
la Repubblica affari finanza, 17 ottobre 2005

La Fondazione Pomodoro, nata nei capannoni di una fabbrica dismessa, offre a Milano un respiro internazionale nel mondo dell'arte contemporanea

Milano
Milano non ha più un solo centro. Non è più solo Piazza del Duomo e dintorni ad avere quelle caratteristiche per attrarre la visita e il passeggio di milanesi e turisti. Alcune periferie, grazie all'iniziativa spontanea e agli investimenti dei privati, sono riuscite ad emergere nel giro degli ultimi anni. La zona Tortona-Solari è uno dei più recenti esempi di riqualificazione. Risorta grazie alla trasformazione di vecchi padiglioni industriali dismessi in show room della moda e del design, adesso ha assunto anche un tono culturale con la neonata Fondazione Arnaldo Pomodoro. Anche in questo caso è stata la tenacia di un privato a mettere a disposizione di Milano uno spazio così grande e attrezzato. Di un museo di arte contemporanea la città aveva realmente bisogno. C'è il Pac, ma è piccolo e datato. Tra l'altro il capoluogo lombardo non ha un sistema museale paragonabile a quello di molte altre città europee come Barcellona, Berlino, Londra o Parigi. Quello di Pomodoro sarà un museo dedicato soprattutto alla scultura, come dimostra la prima mostra in corso composta da cento cinquanta opere italiane che hanno segnato la storia artistica del Novecento. Il museo nasce dalle officine di una delle grandi industrie milanesi del secolo scorso, la Riva & Calzoni. E di quell'edificio rimane lo stesso linguaggio, ricco di memoria della cultura industriale. Ce ne parla l'architetto Pierluigi Cerri che l'ha realizzato insieme ad Alessandro Colombo.
Un architetto, lei, e un'artista, Arnaldo Pomodoro: un incontro o uno scontro di personalità?
«Il lavoro è durato molto, cinque anni. Il tempo diluisce le tensioni. E poi ci consociamo dal ' 70. Fra noi e ' è anche un rapporto di amicizia».
Sono molto diverse la prima Fondazione Arnaldo Pomodoro di Rozzano e questa di via Solari?
«In Questo caso c'è stato il tentativo di ottenere lo spazio più aperto possibile. Devi avere grandi spazi per poter osservare le sculture da più punti di vista. La nostra ambizione era quella di costruire un luogo che si potesse trasformare a seconda delle esigenze e che desse la possibilità di girare intorno alla scultura, su più livelli. Abbiamo voluto fare una sorta di macchina per esporre. Chiaro che per un museo di arte moderna sarebbe meglio fare un'architettura da zero per motivi di impianti e recuperi della luce. Cosa che non avviene mai a Milano».
Perché non si fanno progetti museali ex novo a Milano?
«Innanzitutto perché nel centro della città non ci sono più luoghi edificabili. A Milano da molto tempo si parla di musei, di collezioni permanenti che andrebbero all'Arengario, di museo del Presente che andrebbe alla Bovisa: però non si è ancora visto nulla».
E improvvisamente nasce uno spazio che più che milanese ambisce ad essere internazionale, che vuole esportare cultura
«Sì questo dipende anche dai programmi che si faranno. Intanto e ' è una biblioteca aperta al pubblico, un teatrino. Tutti elementi che fanno presumere che la macchina funzionerà. Faremo una caffetteria. L'ambizione di Pomodoro è di farlo diventare un luogo vivo e vivibile. Frequentabile tutto il giorno».
A lei piace lavorare sull'archeologia industriale?
«E' molto difficile. Ma è ancora più difficile costruire un museo di arte contemporanea in un palazzo antico. Forse c'è più libertà con l'archeologia industriale perché si ha più spazio per fare un sistema di impianti e di luci. Certo l'ambizione di ogni architetto è di costruire nuove architetture, non e ' è dub-bio.
Architetto, lei in questo momento, per quanto riguarda i musei, sta lavorando sull'Hangar, il grande edifìcio alla Bicocca che diventerà uno spazio espositivo importante per la città. Molti architetti fanno diventare i loro musei delle opere d'arte, come è stato per il Guggenheim a Bilbao Cosa ne pensa?
«Credo che l'architettura debba rappresentare una nuova forma di equilibrio, debba guardare il contesto in cui nasce un edificio. Il rischio, altrimenti, è di creare un'architettura di non luoghi».



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