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Zeffirelli: «Ha sbagliato anche questo governo: basta finanziamenti per film e opere»
Paolo Conti
CORRIERE DELLA SERA 14-OTT-2005

ROMA — «Il sistema delle sovvenzioni al teatro e al cinema è un male congenito di tutti i governi d'Italia. Dico tutti. E anche questo guidato da Silvio Berlusconi, come ogni altro passato, ha sbagliato a non cambiarlo». Franco Zeffirelli, regista famoso nel mondo ed ex senatore di Forza Italia, mette nel conto una quota di impopolarità: «I colleghi, o certi incompetenti presunti tali, mi accuseranno di tradimento della causa, però la gente normale capirà». Ma non ha paura di schierarsi contro lo sciopero dello spettacolo, soprattutto delle sue ragioni.
Ma i tagli al Fondo Unico non la spaventano, Zeffirelli?
«La verità? Lo sciopero mi irrita profondamente. Qualsiasi governo, nelle nostre condizioni, ha il dovere di provvedere alle priorità: scuola, ospedali, pensioni».
Però l'Italia, nel mondo, è sinonimo di cultura: musei, teatro d'opera, cinema.
«Vero. Ma l'attuale ministero, da abolire subito così com'è concepito, si occupa sia del patrimonio culturale, che lo Stato ha il dovere di tutelare col denaro pubblico, che dello spettacolo. Quella parola nasconde oggi un mare di fango dove le vere attività culturali annegano tra ambizioni penose, piccole vanità, antiche frustrazioni, corruzioni politiche di periferia».
Lei è famoso per le invettive. Proviamo con le proposte.
«I governi italiani, purtroppo incluso questo, perpetuano l'orrore di finanziamenti a troppi bugiardi e truffatori sia nel cinema che nel teatro. Vogliamo deciderci una volta tanto ad affidarci alle esperienze che funzionano in altre parti del mondo, porca miseria? Pensiamo a cosa accade negli Stati Uniti è in Gran Bretagna. Insomma, io una proposta operativa ce l'ho. Ed è sperimentata proprio lì. In Italia, per ogni biglietto staccato, la tassazione statale può raggiungere il 44%. A Broadway non supera 0 7%. Quindi l'imprenditore guadagna! Invece noi togliamo al botteghino e restituiamo coi finanziamenti. Costringendo gli autori ad inginocchiarsi al potere politico. Perché la catena coinvolge e in parte alimenta Beni culturali, Finanze, Tesoro».
In quanto al cinema?
«Ha ragione Suso Cecchi D'Amico, ho letto la sua intervista al Corriere della Sera. Basta coi finanziamenti statali! Basta! So di registi cinematografici di "opere prime" finanziati in quanto tali per tre volte. E poi il denaro pubblico si trasforma subito in uno strumento ideologico, non artistico. La prova? Mai visto un livello così deludente del cinema italiano. Meglio la fiction in tv: un onesto intrattenimento di discreta qualità».
E come la mettiamo con la Scala, che rischia davvero di dover «ripensare il proprio futuro», come dice preoccupato il nuovo soprintendente Stephane Lissner?
«Gli enti lirici sono un'altra faccenda. Rappresentano autentici impegni culturali dell'Italia nei confronti del mondo. Ma anche qui un metodo ci sarebbe: nazionalizzazione di orchestre e cori con adeguati accorgimenti per non trasformarli in carrozzoni, detassazione degli incassi come per il teatro, sovvenzioni dei privati che potrebbero poi detrarre dalle tasse le loro donazioni fino al 90%. Scommettiamo che la stessa Scala, sicuramente l'Arena di Verona, ritroverebbero una buona salute economica?».
Ha mai parlato di tutto questo con il suo amico Silvio Berlusconi?
«Sì, ne abbiamo discusso. Gli ho spiegato tutta la faccenda. Ma un governo è un governo, è una faccenda complessa. Non c'è solo lui. E poi c'è l'abitudine di tutti i governi a guardare alle sovvenzioni statali come a un'abitudine. Quando
spiegai il pacchetto alla sinistra, non mi risposero: mi presero a pernacchie».
Ma Giorgio Alhertazzi e Dario Fo, uno di destra e l'altro di sinistra, protestano insieme per i tagli...
«Giorgio è un genio, un grande attore, ma forse ora è un po' distratto. Proprio lui che riempie subito qualsiasi teatro potrebbe trarre il massimo beneficio dalla mia formula. Dario Fo? E' tendenzioso. Ha fatto, dico meritatamente, i suoi bei soldi proprio con la catena che ho descritto e vorrei distruggere».



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