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TAGLI: È così che «suicidano» la cultura
Vittorio Emiliani
111/10/2005, L'Unità

I Soprintendenti e i direttori dei musei, delle aree archeologiche, degli archivi e delle biblioteche dello Stato non hanno più i soldi per i francobolli, per il telefono, per la stessa tassa sui rifiuti (per cui rischiano una denuncia per evasione fiscale). Per il ministro Rocco Buttiglione il suo dicastero è «al limite estremo delle forze ». Per chi ci lavora quel limite è stato già superato. Da tempo si usano i fondi straordinari del Lotto del mercoledì, voluto dal ministro Veltroni per finanziare restauri, per far fronte alla spesa corrente. Con la prossima Finanziaria, che toglie al bilancio di previsione 200 milioni di euro e al Fui altri 125 milioni, il collasso è assicurato. Nell'ultimo quinquennio, i fondi per il funzionamento, cioè per la sopravvivenza degli Istituti, sono stati già tagliati, con l'accetta, della metà. Se il cinema, il teatro, la musica e la danza, giustamente, denunciano un salasso pari a 267,5 milioni di euro, fra Fus e altre leggi, il sistema della tutela statale, i musei, i siti archeologici, gli archivi, le biblioteche non stanno meglio.
Diluvia infatti sul bagnato di un Paese che destina alla cultura appena lo 0,16 per cento del suo Pil, contro lo 0,50 della media europea, contro lo 0,35 del Portogallo, lo 0,9 della Spagna, l'1 della Francia e addirittura l'1,35 della Germania. Un autentico suicidio, oltre tutto: nell'anno in corso, col turismo italiano in piena crisi, l'unico settore che «tira» è quello culturale, quello delle città d'arte, con un picco del 15 per cento a Pompei (ricordatevene, ne riparleremo presto), con punte più che significative a Roma, a Firenze, a Venezia, a Palermo, ecc.
Il governo Berlusconi progetta dunque di sottrarre altro propellente al formidabile motore di un turismo che, per il resto, appare invece stanco, superato da altre concorrenze. Per disperazione, il ministro Buttiglione pensa di recuperare fondi aumentando tasse e biglietti che costano già dai 7 ai 12 euro e che, per una famiglia di turisti di quattro persone, fanno una trentina o una cinquantina di euro per museo. Un genio. Maalla crisi strutturale dei musei e delle pinacoteche statali minaccia di aggiungersi quella dei musei e delle pinacoteche civiche se, come Tremonti prevede, la Finanziaria sottrarrà al sistema delle autonomie l'11 per cento, come ha denunciato il presidente dell' Anci, Leonardo Domenici.
Le raccolte civiche sono ben 1.500 e si chiamano Musei Capitolini a Roma, Correr a Venezia, tutti i musei a Brescia, Castello Sforzesco a Milano, Palazzo Bianco e Palazzo Rosso a Genova, ecc. «Dal gennaio scorso la Soprintendenza al Polo Museale di Napoli », denuncia il suo titolare, Nicola Spinosa, «è costretta ad operare senza sostanziali risorse finanziarie del Ministero.
Dovrebbe attingere "al mercato" in una città che non ha imprenditoria, che non ha più una sua grande banca, che è città di passo verso altre mete, che ha i maggiori musei in zone a rischio. Che possiamo fare? Chiudere i musei alle 14, ma perderemmo i visitatori del pomeriggio, mentre le spese per la sicurezza, per centrali termiche e altro correrebbero ugualmente. Senza dire che nel nostro organico non ci sono architetti o ingegneri, né informatici, che il personale amministrativo è all'osso, quello dei custodi cronicamente inadeguato, chi va in pensione, qualunque sia la sua collocazione professionale, non viene sostituito, l'età media dei funzionari supera ormai i 50 anni». Anche in sede nazionale, i funzionari dei Beni culturali stanno ormai fra i 50-55 anni: senza concorsi, fra dieci anni, la «specie» sarà estinta. Forse è quello che si vuole a livello politico nazionale: dare un colpo decisivo al Ministero stesso, ai Musei che più fanno gola ai privati, trasformandoli in Fondazioni (ovviamente, con fini di lucro, all'opposto di quelle americane). Si spiega così come, nello scorso anno, contro i 65,9 milioni di euro richiesti, dopo infinite limature, dai Soprintendenti, il governo ne abbia concessi soltanto 26,8, condannando strutturalmente all'inedia gli organismo portanti della tutela e della conservazione. Rispetto ai piani del Ministero stesso, risultano vacanti oltre cento posti statali di archeologo, quasi duecento di archivista, 63 di bibliotecario, 39 di architetto, 91 di funzionario amministrativo. Nell'area della vigilanza latitano oltre seimila custodi. Si possono sostituire con sistemi elettronici? Bisogna riqualificare gli altri rimasti, e poi, adesso, i sistemi di sicurezza contro il terrorismo esigono altre attrezzature, altre spese.
Che si fanno senza averne, per ora, i denari. «Non ci sono euro neppure per le missioni, oltre che per le bollette della luce e degli altri servizi», fa notare Gianfranco Cerasoli segretario della Uil Beni Culturali. «Questo vuol dire che lo Stato rinuncia a svolgere le proprie funzioni, le ispezioni sul posto e altro ancora, dando ragione a chi vuole smantellare questo Ministero». «Nel settore-chiave dei Beni Architettonici e del Paesaggio», incalza LiberoRossi, segretario della Fp-Cgil Beni culturali, «la riduzione degli stanziamenti è ora sul 70 per cento. Le stesse Direzioni regionali, quelle che mettono i vincoli, sono state costituito con personale rastrellato alla meglio dalle Soprintendenze di settore, a loro volta già carenti». Fra le Soprintendenze più penalizzate dai vuoti di organico (mancano all'appello ben 486 addetti) c'è proprio quella speciale di Pompei retta, fin dalla sua costituzione, da Pier Giovanni Guzzo, archeologo di prestigio e di vasta esperienza, ora sotto attacco, quasi sotto assedio, quotidianamente. «Quali sono i veri fini della gogna mediatica alla quale viene sottoposto il soprintendente Guzzo, dirigente dello Stato attento, rigoroso e onesto?», si chiede sempre Cerasoli. E si dà questa risposta: «Di fronte al muro di legalità innalzato a Pompei dall'attuale gestione, si tenta di aggirare l'ostacolo proponendo l'accorpamento di quella Soprintendenza con Napoli». È lo stesso gioco riuscito a Roma con la Soprintendenza dell'Etruria Meridionale, che tutelava un'area precisa e specifica, con quella del Lazio. È lo stesso gioco che si tenta di proseguire cancellando con un tratto di penna la storica Soprintendenza archeologica di Ostia Antica, retta con bravura e rigore da Anna Gallina Zevi, per fonderla con quella di Roma. Ma per Pompei, unita ad Ercolano, il sottosegretario Antonio Martusciello pensa ad una Fondazione privata. Probabilmente sul modello del Museo Egizio di Torino, sottratto alla competenza tecnico- scientifica pubblica. Da ultimo, denunciato dai sindacati, l'attacco portato al capo dipartimento centrale Giuseppe Proietti che in passato ha gestito con rigore la Soprintendenza delle zone terremotate in Campania e costituito l'Ufficio centrale per i Beni paesaggistici e che di recente ha guidato le nostri missioni in Iraq per il salvataggio e il restauro di quei beni archeologici. Venti o trenta anni fa i Soprintendenti guadagnavano stipendi miserandi. Ma, almeno, rappresentavano davvero lo Stato avendo poteri monocratici che oggi si sognano, anche nei confronti dei politici. Le retribuzioni sono un po' cresciute - anche se i dipendenti dei Beni e delle Attività culturali sono gli statali che costano meno di tutti (35.207 euro contro una media di 36.375 e i 45.181 dei colleghi dell'Ambiente) - però i loro dirigenti sembrano, con questo incredibile governo, davvero alla mercé del primo politico che passa.


VITTORIO EMILIANI



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