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in difesa dei beni culturali e ambientali

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II patrimonio pericolante. Riuniti in un libro gli interventi di Salvatore Settis in difesa dei beni culturali
Antonio Paolucci
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2005

BATTAGLIE PER LA TUTELA

Dal Codice Urbani alle sanatorie edilizie, dall'illusione delle Fondazioni alla demagogia delle nuove Facoltà

II 19 settembre scorso, a Firenze agli Uffizi, presente il ministro Rocco Buttiglione, si è tenuto un convegno dedicato al trentennale della istituzione del ministero dei Beni culturali. Erano nel fuoco della riflessione critica Giovanni Spadolini e la riforma del '75 ma gli argomenti coinvolgevano tutta intera la storia della tutela in Italia: dalle leggi preunitarie alla Rava Rosadi del 1909, alla Bottai del '39, al Codice Urbani dei nostri giorni. Del Codice parlò Salvatore Settis. Era l'ultimo argomento della giornata, prima del discorso conclusivo del ministro. La bella aula della Biblioteca Magliabechiana era gremita di funzionari della nostra amministrazione (archeologi, storici dell'arte, architetti, bibliotecari, archivisti, restauratori) i quali, a conclusione dell'intervento di Settis, applaudirono così a lungo e con tanto entusiasmo che gli altri relatori ne rimasero visibilmente imbarazzati. Tradotto, quell'applauso voleva dire: «Salvatore, siamo con te, la pensiamo come te, hai detto le cose che anche noi diciamo o vorremmo dire».
La premessa mi è sembrata utile per presentare il libro di Electa uscito proprio in questi
giorni. Ha un titolo significativo, Battaglie senza eroi, i beni culturali tra istituzioni e profìtto, raccoglie gli articoli e le interviste di Settis fra il settembre del 2002 e il maggio di quest'anno, porta in copertina una incisione di Pieter Brueghel il Vecchio dove si vedono due guerrieri i quali — l'elmo calato sugli occhi e un iperbolico coltello sottobraccio, accecati dal loro stesso furore — fanno carne di porco di una povera umanità nuda e derelitta. Feroce metafora — spiega Settis nell'introduzione — di chi, a destra come a sinistra, senza memoria, senza sensibilità e senza cultura, entra e taglia nel corpo vivo del patrimonio.
Ma se il patrimonio è di tutti come recita il glorioso art. 9 della nostra Costituzione, perché se ne devono occupare soltanto gli addetti ai lavori? Occupandosene male oltre tutto, essendo i miei colleghi corporativi, criptici, ultraspecialistici, con scarsa e nessuna capacità di farsi ascoltare. A questa domanda che tante volte anch'io mi sono posto, Settis risponde gettandosi nella mischia. Lui che viene dalla letteratura greco-antica e da Aby Warbug, che ha scritto della Colonna Traiana e del Laocoonte, della persistenza dell'Antico nell'arte italiana e della «Tempesta» di Giorgione, tenta l'azzardo senza rete della scrittura giornalistica sugli argomenti brucianti della attualità culturale e politica. E quindi il Codice Urbani, la Patrimoniale spa d'infausta memoria, le sanatorie edilizie, "l'archeo-condono" e le depenalizzazioni dei reati paesistici, il futuro dei musei e l'illusione delle fondazioni, la devoluzione incombente e il pasticcio pericoloso e ingovernabile dell'articolo quinto, la burocraticizzazione del ministero e l'invecchiamento del funzionariato per l'inaridirsi dei concorsi pubblici, il degrado degli studi tecnico-scientifici, la stolta demagogia delle facoltà dei Beni culturali, fabbriche di disoccupati senza prospettive perché senza preparazione.
Di queste e di altre cose parlano gli interventi giornalistici di Settis dislocati attraverso tre anni, gli anni di Silvio Berlusconi e di Giuliano Urbani. Sbaglierebbe però chi pensasse che questa raccolta, pubblicata da Electa con efficacia e tempestività apprezzabili, è una requisitoria contro la politica dei Beni culturali dell'attuale governo. Certo non mancano le dure polemiche contro la tentata svendita del patrimonio, contro i deplorevoli condoni edilizi, archeologici e paesistici. Ma non mancano neppure le critiche al precedente governo di centro-sinistra; per la riforma affrettata e infelice dell'articolo quinto, per l'estensione delle competenze del ministero allo Sport e allo spettacolo, per l'istituzione di poli museali che, in città come Firenze, Venezia, Napoli e Roma, dividono brutalmente e assurdamente il patrimonio che sta nelle collezioni statali da quello distribuito nelle chiese e nei palazzi. Per cui, a Roma, chi ha competenze sulla statale Galleria Borghese, non ne ha sulle Gallerie fidecommissarie dei Colonna, dei Doria Panphili, dei Pallavicmi Rospigliosi, che sono espressione della stessa civiltà artistica e dello stesso tipo di collezionismo. Tutti sanno del resto che Salvatore Settis è stato consulente del ministro Urbani per la redazione del Codice insieme a me, a Louis Godart, a Giacomo Vaciago e a Giuseppe De Vergottini. Non poche rettifiche in positivo alle bozze delle varie stesure sono state realizzate grazie agli interventi dei componenti il comitato scientifico di consulenza e, soprattutto, grazie al personale impegno di Settis.
Purtroppo (è la realistica considerazione dell'autore) il degrado istituzionale viene da lontano. È da molti anni è da più di un governo che è andata a poco a poco offuscandosi quella mirabile civiltà giuridica della tutela che faceva il nostro Paese unico e invidiato nel mondo. Quindi — conclude Settis — «non è da un coerente, consapevole progetto di nessuna parte politica che possiamo aspettarci la soluzione della gravissima crisi in cui versa la nostra amministrazione della tutela» ma, piuttosto, da una presa dì coscienza civile per quanto possibile vasta e diffusa.
Perché, a destra come a sinistra, con sfumature diverse ma con sostanziale condivisione "bipartisan" , dominano i miti che il grande Barane chiamava «idola Phori» . È un idolo inconsistente e fallace quello che immagina il futuro nel museo-azienda e nel museo-fondazione. Chi, come Settis, è stato per cinque anni direttore del Getty Research Institute e conosce i musei degli Stati Uniti come nessuno, ha buon più gioco nel dimostrare l'inapplicabilità, in Italia, delle nostre provinciali mitografie americane. È un idolo pericoloso quello della devoluzione regionalistica per cui allo Stato centrale resterebbe la "tutela" e agli enti locali la "valorizzazione". Quando ogni soprintendente sa bene che l'endiade tutela-valorizzazione viene spesso intésa e praticata come un ossimoro. Voglio dire che di solito si valorizza così male e con così poco rispetto per il patrimonio che la prima a rimetterci è proprio la tutela.
Soprattutto è un idolo nefasto quello che, inseguendo mirabolanti quanto improbabili profitti, mette in crisi le istituzioni. Non a caso il sottotitolo del libro si gioca su due termini contrapposti: istituzioni e profitto.
Chiunque sia stato quello che ha inventato la metafora trucida e smagliante dei beni culturali «nostro petrolio» (c'è chi dice Vincenzo Scotti, chi De Michelis) ha attivato da allora — erano i primi anni Ottanta del secolo scorso — una deriva preoccupante. Sganciati dai loro tradizionali ancoraggi storicistici e idealistici (la memoria, la patria, l'educazione, l'incivilimento) i cosiddetti beni culturali rischiano di veleggiare verso incogniti e rischiosissimi lidi. Per fortuna siamo ancora in tempo per aggiustare la rotta. Un libro come questo serve a metterci in guardia.

Salvatore Settis, «Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto», Electa, Milano 2005, pagg. 410, € 18,00.



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