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In Barba alla crisi: così il teatro si fa motore economico
Donatella Bertozzi
Il Messaggero 10/10/2005

ROMA - Mentre si alzano echi di guerra da tutto il mondo del teatro e Giorgio Albertazzi e Dario Fo, aderendo allo sciopero proclamato per venerdì 14 ottobre, parlano di situazione "umiliante", al teatro Valle, piccola roccaforte dell'Eti, di fronte a una platea fitta ed eterogenea, Eugenio Barba, regista e demiurgo del celebre Odin Teatret, racconta ancora una volta la bella storia del postino di Olstebro che, eletto sindaco, per salvare il suo paese dall'abbandono, ebbe il coraggio di credere nella cultura, ospitando una compagnia di attori e sfidando l'opinione pubblica che voleva cacciarli, riuscendo a trasformare
lo sconosciuto paesino danese in un grande e florido centro conosciuto in tutto il mondo.
Accanto a lui il ministro Buttiglione sorride sornione. Ha appena ribadito che se non rientrano i drastici tagli previsti dalla finanziaria presenterà le dimissioni e questa storia del postino borgomastro, che sanno a memoria tutti i sostenitori di Barba e dell'Odin, sembra proprio sfornata dal cugino Eugenio per servire alla battaglia del ministro-filosofo.
Eugenio Barba e Rocco Buttiglione, si scopre infatti - nel primo di una serie di incontri pubblici proposti dall'Eti e dal Ministero - sono cugini primi: «Da bambino, a Gallipoli - ricorda Barba - avevo una zia molto bella. Quando mia madre rimase vedova questa mia zia, Liliana, ci accolse in casa sua e suo marito, zio Pasquale, divenne per me un punto di riferimento. Liliana e Pasquale erano i genitori di Rocco. Che ho incontrato la prima volta solo molto dopo, quando un gruppo di Comunione e Liberazione ha invitato la nostra compagnia».
«Non è vero - lo contraddice il Ministro - ci siamo incontrati molte volte, molto prima, solo che ero solo un ragazzino e all'epoca, al Sud, i ragazzini in famiglia non contavano niente. Ma io me lo ricordo molto bene, e ricordo tutti gli articoli di giornale che ci leggeva sua madre e i suoi libri, che lei mi prestava. L'ultimo - che non le ho mai restituito - si intitolava "Verso un teatro povero" e ho idea che di questi tempi potrebbe tornarmi utile». La battuta suscita qualche ilarità sincera e qualche dissenso: «C'è poco da ridere», si sente dire dalla platea.
L'incontro fra il ministro cattolico, e il regista, innovatore radicale e non credente, va avanti per circa un'ora. Barba conferma le sue doti di incantatore ma anche il politico sa conquistare e mantenere l'attenzione del pubblico: ribadisce la convinzione che la cultura e il teatro siano strumenti indispensabili di salvaguardia della dignità umana. Argomenta nei termini che gli sono congeniali, da filosofo cattolico: parla di famiglia, di città, di cultura come matrice del senso di appartenenza a un popolo, contro l'individualismo. Si lascia andare anche a quello che chiama "un piccolo spot politico": «Il turismo rappresenta il 10% del nostro Pil. Ma non riusciremo neppure a spiegare ai turisti perché debbano venire a visitare i nostri monumenti, se noi per primi non li conosciamo e non li amiamo».



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