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Italia 2005, il governo chiude la cultura
VITTORIA FRANCO *
09/10/2005 - L'Unità

Il mondo dello spettacolo e della cultura è in grandissima apprensione per i tagli contenuti nella Finanziaria. Centosettanta milioni di euro in meno solo per il Fondo unico per lo spettacolo, che viene praticamente dimezzato rispetto al 2001, facendolo passare da 600 a 300 milioni. Il che significa stanziare delle briciole che sarà persino difficile distribuire tra i soggetti che ne hanno diritto. Se a questo si aggiungono i tagli agli enti locali e alle regioni si ha come risultato la chiusura di molte istituzioni che fanno prestigio al nostro paese. Significa suonare il de profundis per Fondazioni lirico sinfoniche, teatri, cinema, danza, musica, già in terribile sofferenza. Il Presidente della Biennale di Venezia, Croff, l'altro giorno ha denunciato che il taglio al FUS renderà impossibile il regolare svolgimento della Mostra del cinema.
Una settimana fa è successa una cosa mai accaduta prima: uno sciopero degli istituti culturali che detengono archivi e biblioteche, i cui fondi avevano già subito un taglio qualche tempo prima per la copertura della riduzione dell'Irap.

Con questa finanziaria avranno in meno altri due milioni di euro. Il governo chiude la cultura: questa è la realtà. Il ministro Tremonti, pieno di idee su come reperire risorse a copertura di leggi inique, non fa il minimo sforzo per reperire risorse che rendano la vita meno grama alle nostre istituzioni culturali. Che altro deve accadere perché il centrodestra capisca che tagliare la cultura equivale a impoverire l'Italia e ad accrescere la disoccupazione?
Altri paesi investono sulla cultura percentuali fino al 3%del prodotto interno lordo.
Noi siamo allo 0,4, una percentuale destinata a scendere se i tagli saranno sciaguratamente confermati. I paesi che investono in cultura sono quelli più sviluppati e competitivi, come la Gran Bretagna, la Svezia, la Francia, che hanno capito che la cultura non è un lusso, una spesa che si può anche tagliare, la cenerentola dei bilanci,ma una risorsa sociale e civile oltre che economica.
Hanno capito che nell'economia postindustriale la cultura diventa una delle molle dello sviluppo, fattore di crescita e di rafforzamento della coesione sociale. Dove c'è più cultura, vi è anche maggiore capacità creativa e di innovazione, più tolleranza.
Il baricentro dello sviluppo locale e territoriale non è più, o per lo meno non più soltanto, il distretto industriale,ma il distretto culturale, che mette in rete e valorizza tutte le risorse della cultura e del sapere con il mondo dell' impresa e dell'innovazione. Su questo occorre ormai investire, come paese moderno che si pone il problema dello sviluppo del Paese come società ed economia della conoscenza. Ma certo questo non è nell'orizzonte di un miope centrodestra
. Lo sarà certamente nel programma dell'Unione, che sulla cultura e sullo spettacolo sta mettendo a punto proposte di valorizzazione, politiche capaci di reperire risorse attraverso nuove modalità. Non è aumentando i biglietti del cinema, del teatro o del museo che si risolve il problema, ma - ad esempio - prevedendo di investire una quota degli introiti della pubblicità, dei canoni, degli abbonamenti televisivi, dell'homevideo, dei provider nel cinema e nell'audiovisivo, destinando alla cultura una percentuale dell'otto per mille, rivedendo il FUS come risorsa da distribuire con criteri diversi, perché non sia l'unica fonte di finanziamento dello spettacolo.
Queste sono le politiche su cui occorre investire; ma il governo di centrodestra ha preferito mettere mano all'organizzazione del ministero, divenuto ora elefantiaco, burocratizzato, centralistico, con un numero esorbitante di dirigenti, incapace di efficienza. È unministero nominale, svuotato di poteri a favore del Tesoro. Sul cinema è passata una legge, peraltro bocciata dalla Corte costituzionale, non finanziata, basata su un reference system che non ha avuto nessun effetto positivo sull'industria cinematografica. Quest'anno sono pochissimi, infatti, i film che l'Italia ha prodotto. Il governo ha provato a correggerla, ma evidentemente senza troppa convinzione se ha deciso di dare la priorità ad altri provvedimenti come la legge elettorale e di ritirare il decreto sulle attività cinematografiche. È urgente la legge sullo spettacolo, ma anche questa si è arenata. A questo punto, una domanda si impone: cosa intende fare il ministro Buttiglione? Riuscirà ad avere una qualche voce in capitolo per stare dalla parte della cultura italiana, a favore dello spettacolo, del cinema, della musica? È disposto a dare le dimissioni se Tremonti non lo ascolterà?
*senatrice, responsabile nazionale Dsper la Cultura



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