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IMMOBILI ECCLESIASTICI: Sull'ICI: bugie eclatanti: l'immagine di una chiesa vorace
FRANCESCO RICCARDI
Avvenire, 07-10-2005


Se c'è una cosa che più di ogni altra colpisce, in questa stagione, è il volare basso. È la gara a chi si disimpegna di più rispetto al bene complessivo del Paese. È il giocare in proprio, per i propri interessi, senza farsi problema di quanto sia lontano questo dall'interesse generale. Testa bassa, e corna pronte a infilzare chiunque capiti nei dintorni. Non importa se per riuscire nell'impresa della sgradevolezza massima c'è bisogno di dilatare pretesti, o addirittura inventarli. Sì, per quanto sia duro dirlo, anche la menzogna allo scopo serve. L'importante è riuscire nello sfregio, depotenziare l'altrui credibilità, e se poi per raggiungere l'intento devo rimetterci anche un po' della mia faccia, fa niente. Ecco, è questa spensieratezza che plana sul nulla, questo nichilismo eretto ad architettura della vita pubblica che atterrisce. Più dei singoli episodi. Che pure sono emblematici. E che, come tali, vanno stigmatizzati. L'ultimo in ordine di tempo riguarda l'Ici sui beni religiosi. L'occasione evidentemente dev'essere sembrata ghiotta a qualcuno. La Chiesa è sotto tiro, perché non darle un calcio e ributtarla in acqua? Perfino un razionale aggiustamento sull'imposta comunale sugli immobili - necessario, attenzione bene, non a far guadagnare posizioni nuove alla Chiesa, ma a riportare le cose a come stavano fino a un anno fa - anche questo può servire allo scopo.
Riassumiamo i termini della questione. L'Imposta comunale sugli immobili fu introdotta a fine '92 dall'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato. La norma prevedeva l'esenzione dal pagamento per tutti gli immobili pubblici e
per i beni ecclesiastici «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive». Nel 2004, però, la Cassazione aveva interpretato in maniera assai restrittiva la norma, escludendo dall'esenzione tutti gli immobili che, pur appartenendo a enti non commerciali (come sono quelli religiosi) erano adibiti ad utilizzi per i quali si svolge un'attività commerciale. Si apriva così la strada a un notevole contenzioso fra enti religiosi e Comuni. E arriviamo all'oggi: la maggioranza di governo ha deciso di varare una norma «interpretativa», per chiarire definitivamente la materia. Viene ristabilita l'esenzione dall'imposta sugli immobili utilizzati «per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura, pur svolte in forma commerciale, se connesse a finalità di religione o di culto». Ossia si ha il ripristino di una norma - ovvia - che già c'era, senza un allargamento, semmai con un raggio di esenzione più ristretto rispetto alla legge originaria. Ma chi la vede questa novità penalizzante i soggetti religiosi? Tutti i commentatori sono pronti a sproloquiare sui giornali di presunte regalie e anacronistici privilegi. Per fare qualche esempio: se solo avesse letto la legge del '92, il prode Gavino Angius si sarebbe evitato la figuracela di dire che ora «un ospedale pubblico pagherà l'imposta e una casa di cura privata no». Non lo sa, caro Angius, che da sempre sugli ospedali come su tutti gli immobili pubblici l'imposta non è dovuta? O le serviva un argomento purchessia per alzare la voce contro i fraticelli di San Francesco? Un'analoga castroneria la scrive sul «manifesto» Margherita Hack, pronta a pontificare, anche a costo di dimenticare il " metodo scientifico " di controllare e provare le tesi. Miserie. Come quelle che fanno sentenziare a Corrado Augias: «La Chiesa è soprattutto alla ricerca di denaro». Calunnie.
Nessuno che metta in semplice evidenza due dati. Il primo numerico: fra gli enti esentati dall'imposta comunale appena il 4% sono riconducibili al mondo religioso. Dunque, se fosse vero l'assunto, non prefigurerebbe grandi cifre, né immense voragini nei bilanci comunali. Il secondo, qualitativo e più importante: quali sono le attività che gli enti religiosi svolgono nell'interesse pubblico, per la stragrande maggioranza dei casi in totale gratuità, e che perciò è giusto agevolare fiscalmente? Infine: è mai possibile ragionare di questo con serenità e senza tesi precostituite? O, pur di proseguire una virulenta polemica anti-cattolica, si è disposti anche a continuare a mentire?



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