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E il Palazzo si fa bello. A spese dei musei
Antonella Barina
Il Venerd di Repubblica, 15/11/2002

Novemila opere. Pi di 16 mila contando altri oggetti di valore. Patrimonio pubblico. Finito ad arredare oltre
mille enti: dalla Camera alle questure, in Italia e all'estero. Ma chi vigila sulla conservazione?



Qualche cifra, per dare il senso
delle proporzioni: i dipinti esposti agli Uffizi sono un migliaio;
quelli nelle sale della Pinacoteca di
Brera 462; quelli in mostra alle Gallerie
dell'Accademia di Venezia 365. Sono
invece 9186 le opere d'arte uscite dai
musei italiani per andare ad arredare
le pi svariate sedi dei nostri uffici statali. Pi di 9000 se si considerano solo
dipinti, sculture, disegni, incisioni...
Oltre 16.000 se si considerano anche
gli oggetti d'arte, d'uso comune, mobili, tappeti, vasellame, oppure le armi
antiche e gli arredi concessi alle chiese. Sono migliaia e migliaia le opere
d'arte delle collezioni pubbliche che
oggi decorano Senato, Camera, presidenza deel Consiglio, ministeri, Avvocatura dello Stato, Comandi generali e
territoriali delle varie Armi, prefetture,
questure, uffici giudiziari, avvocature
distrettuali e cos via. Oltre alle nostre
sedi diplomatiche all'estero.


Il prestito - che in burocratese si
chiama subconsegna - teoricamente
temporaneo.


Di fatto, la stragrande
maggioranza delle opere negli uffici
pubblici da decenni. E sono rarissimi
gli oggetti d'arte tornati ai musei d'origine. Dopo che si avviato il conteggio delle opere subconsegnate (e
qualcuno si anche indignato) i recuperi sono stati in tutto 209, di cui solo
31 dal '97 a oggi. Ritorni eclatanti,
quasi obbligati, come quello della Madonna del Suffragio di Salvator Rosa,
esposta a Brera dal 1816 al 1961 e poi,
per pi di quarant'anni, concessa in
arredo al Comando generale della
Guardia di Finanza. Non tutto: ben
955 opere prestate nel corso degli anni
risultano disperse, rubate o distrutte.
Una cifra impressionante, commenta Salvatore Settis, storico dell'arte e
dell'archeologia che dirige la Scuola
Normale di Pisa e che ha appena pubblicato un'accesa requisitoria sullo
stato del nostro patrimonio artistico,
Italia S.p.a: l'assalto al patrimonio culturale (Einaudi, pp. 149, euro 8,80). chiaramente mancato il monitoraggio
continuo delle istituzioni che cedevano le opere in deposito agli enti. Non
si pu continuare cos.

Certo, la storia di queste cessioni
antica, inizia subito dopo l'Unit d'Italia, quando ci si pose il problema di
arredare gli uffici dei nuovi organi dello Stato. E sfugg di mano gi nei primi
decenni del Novecento, quando non
si prestarono pi solo opere relegate
nei depositi dei musei, ma anche oggetti d'arte pi importanti, magari
senza registrare il prestito o limitandosi a descrizioni sommarie. Le fughe
dai musei si stratificarono man mano
che si susseguirono i notabili pubblici,
che volevano sedi sempre pi consone ai propri gusti. Nel 1930 il presidente della Corte dei Conti, Gino Gasperini, scrisse al direttore generale
delle Antichit e Belle Arti: Ti do le dimensioni del quadro che occorrerebbe per il mio studio. Dovrebbe avere
una larghezza di circa m. 2,50 e un'altezza proporzionata. Dato lo stile settecentesco e molto tranquillo della camera, preferirei possibilmente un paesaggio del genere di Zuccarelli, di
Poussin o una veduta di Venezia tipo
Marieschi o Canaletto, per con soggetti non troppo vistosi nelle figure.

Una prassi antica che continua fino ai giorni nostri. Ma in passato c'era
una concezione molto diversa del patrimonio artistico, dice Settis. Mancava l'idea che le opere d'arte non sono oggetti
isolati che galleggiano nel nulla, ma fanno
parte di contesti storici. Oggi invece tutto
va contestualizzato: le collezioni che hanno una loro storia devono rimanere integre. O almeno devono poter essere ricostituite facilmente. Al massimo un quadro
pu finire nella prefettura della citt che
ospita il resto della raccolta; non veleggiare verso un'ambasciata lontana dove rimane cinquant'anni. Alcune scelte accettabili un tempo non lo sono pi.

Fu Alberto Ronchey, ministro per i Beni Culturali, uno dei primi ad allarmarsi. Nel '93 istitu una Commissione per la Ricognizione patrimoniale, che affid a Giorgio De Marchis, ex soprintendente della Galleria nazionale d'Arte moderna a Roma ed ex direttore dell'Istituto italiano di cultura a
Tokyo. Il nostro compito era quello di fare un censimento completo delle opere
passate a terzi per creare un archivio informatico centralizzato, ricorda oggi De Marchis. Eravamo sbalorditi: se ne scoprivano di tutti i colori. Che la Farnesina
aveva trasferito opere da un'ambasciata
all'altra senza avvertire i Beni culturali.
Che alcuni prestiti avevano addirittura
smembrato gruppi di opere nate per stare
insieme, come la serie di arazzi degli Uffizi, o singoli capolavori, come la pala cinquecentesca di Giuda De Carolis da Matelica, che a Brera, mentre la sua predella
finita al Senato....
De Marchis continua: Sa quanti uffici
pubblici avevano ricevuto opere nel corso
degli anni? Ben 1138. Perfino la sede della
Polizia stradale di Matera allora aveva
dipinti del Castello di Melfi. Se il pretesto per
richiedere oggetti d'arte a scopo d'arredo era
la propria funzione di rappresentanza, che diritto aveva la Stradale? Gli unici uffici con compiti di rappresentanza sono
le ambasciate e le prefetture. Compiti peraltro svolti nei saloni di ricevimento, nonch
nelle segreterie e nei corridoi, dove in
realt finito tutto quel che non piaceva
pi, man mano che cambiavano i gusti

Ed ecco che si pone un altro grosso problema: lo stato di conservazione delle opere prestate. Le regole in proposito sono
molto cambiate negli anni, spiega Settis.
Quando si iniziato a cedere quadri, si
pensava che fosse sufficiente attaccarli al
muro in un luogo chiuso e asciutto. Via via
si arrivati a forme di climatizzazione
sempre pi sofisticate. Garantite nei musei non negli uffici pubblici.

De Marchis aggiunge: A volte negli uffici si fuma, si espongono quadri sopra i termosifoni, non ci sono tende a ripararli dal sole. La
verifica dei singoli ambienti non mai stata. Perch complessa: bisognerebbe
andarli a controllare uno per uno. E la
Commissione, come tale, ebbe vita breve.
Un anno e mezzo dopo, quando ero gi
in pensione, continua De Marchis, il ministro Antonio Paolucci la trasform in
Servizio tecnico per la Ricognizione patrimoniale: ovvero in un ufficio permanente
dei Beni culturali, che con gli spostamenti
di personale si assottigli sempre pi. Il
lavoro non terminato: sono stati inviati
alle soprintendenze i dati raccolti inizialmente, perch li verificassero sul proprio
territorio, dichiara oggi il Ministero, ma
mancano le risposte di regioni molto importanti, come la Toscana e la Lombardia.

Intanto si discute sul problema di fondo.
giusto che tante opere d'arte siano concesse agli uffici pubblici? Se s, a quali condizioni? De Marchis categorico: Sottrarre opere a un museo italiano come strappare le pagine di un libro prezioso. Perch
i nostri musei sono il frutto di un collezionismo secolare. E la storia di ogni collezione storia d'Italia. Non va ceduto nemmeno ci che imboscato nei depositi? I musei non sono costituiti solo dalle sale
d'esposizione, come le biblioteche non sono solo le loro sale di lettura. I musei sono tutto il patrimonio che custodiscono.

Salvatore Settis invece meno radicale:
Non sono contrario al prestito in linea di
principio. Purch avvenga a certe rigorose
condizioni. Continuo monitoraggio dello
stato di conservazione delle opere da
parte delle soprintendenze. Prestiti drasticamente ridotti nel numero e nella durata. Rispetto del contesto di ogni singola
opera d'arte. Il problema che queste
condizioni finora sono state disattese.



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