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TAGLI ALLO SPETTACOLO: Vogliono azzerare il teatro e chi è giovane e disarmato
di Piera Degli Esposti
L'Unità, 07/10/2005




L’ATTRICE Censurano il futuro delle arti

Dicono che la qualità civile di un paese si vede da come in quel paese vengono trattati gli ultimi, quelli senza potere, gli emarginati. Ne sono convinta. Per lo stesso motivo credo che la condizione del teatro possa essere interpretata come indicatore di quella stessa qualità. Cosa c’è di più disarmato e fragile del teatro? Una fragilità che è massima proprio dove il teatro tenta di uscire da sé, dove forza i suoi confini, dove lavora con silenziosa discrezione a una sua incessante rifondazione. È in questo luogo molto particolare che il teatro gioca la sua autonomia nei confronti del mercato, delle poltrone degli stabili, dei cartelloni ossificati, delle platee di gesso. È in questo luogo che la vita scorre più forte, rischia, cambia se stessa, decide il suo futuro. È a questo prezioso kinderheim della cultura italiana che penso mentre prendo nota di ciò che questa finanziaria sembra garantire. Del resto, quest’ultimo strumento economico non è altro che la più recente parola pronunciata da un governo che non ha mai fatto mistero della sua estraneità al mondo della cultura italiana. Penso al teatro di ricerca, alla scena giovane, al palco che destruttura i precedenti linguaggi: saranno le prime vittime di questa insensibilità divenuta “politica”. Sarà perché la mia vita professionale è nata proprio in quella faglia e lì si è formata. Accanto a Carmelo Bene come a Leo De Berardins, in un’epoca fastosa che meriterebbe di essere ricordata assieme ai Beatles e ai Rolling Stones. Negare, ignorare, censurare questa frontiera significa impedire il futuro azzerando la giovinezza del teatro. Quella fase che, nei decenni passati, ha prodotto l’attesa. Siamo vissuti, sono vissuta aspettando Kantor, come Julian Beck, Judith Malina, come Pina Bausch. In luoghi teneramente eversivi, un garage, una cantina, un capannone industriale. Luoghi del margine, luoghi indifesi dove si sono incrociate e devono continuare a incrociarsi le intelligenze, le sensibilità, le esperienze, gli entusiasmi, la critica di saperi diversi, di arti diverse dal teatro. Transennare tutto questo, come fossimo di fronte a delle rovine, significa cancellare la linfa che siamo stati e che continuiamo ad essere per il Paese. Stiamo facendo i conti con un gesto di prepotenza tecnologica e politica che spazza tutto ciò che di poetico e artigianale nel teatro ha avuto sempre sede.



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