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Il Mose, storia di un conflitto tra interesse privato e natura
Edoardo Salzano
Liberazione, 06/10/2005

Un progetto nato negli anni '80, emblematico del berlusconismo. Devastazione ambientale, utilizzo di denaro pubblico per finanziare imprese private e distruzione di beni comuni


Poche volte Berlusconi è andato così vicino alla verità come quando ha detto che il MoSE è un'opera emblematica del suo governo. Il MoSE (Modulo elettrostatico sperimentale), e il complesso di opere che sotto questo acronimo sono comprese, è una icona del berlusconismo per tre motivi: la distruzione di un delicatissimo ambiente dove natura e storia hanno collaborato fruttuosamente per un millennio, mantenendo con il lavoro diuturno un equilibrio irripetibile; la devastazione delle finanze pubbliche per un'opera costosa perché inutile e perché comunque molto più dispendiosa di quanto sarebbe possibile per raggiungere il medesimo risultato; la cessione della sovranità democratica a un cartello di imprese private lautamente finanziate con danaro pubblico.
La Laguna di Venezia (pochi l'hanno compreso) è l'unico sistema del genere rimasto immutato fino ai nostri giorni. Ciò è dovuto all'impegno straordinario di intelligenza, di lavoro, di tecnologia, di scienza dell'amministrazione impiegati per molti secoli dalla Repubblica Serenissima, ispirati a un principio e guidati da tre comandamenti. Il principio è stato quello di collaborare con la natura, di guidarla assecondandola e dirigendola ai propri fini senza mai violentarla. I tre comandamenti erano quelli della gradualità nelle trasformazioni, della reversibilità di tutti i cambiamenti nell'assetto naturale provocati, nella sperimentalità d'ogni intervento posto in essere.
Applicare alla Laguna quel principio e quei comandamenti significava considerare il territorio un bene comune e pubblico, governarlo giorno per giorno con un'amministrazione severa, monitorarne sistematicamente gli eventi e correggerne quotidianamente gli errori. Con la caduta della Repubblica (1797) e con la rivoluzione nei codici sociali e nelle regole tecnologiche apportate nei secoli successivi, la Laguna iniziò il suo deperimento: le grandi opere cementizie, l'apertura di canali rettilinei e profondi in un tessuto variegato e mutevole, la sottrazione al gioco delle maree di aree trasformate in terreni arabili e in industrie, l'incuria nella regimazione dei fiumi che mescolavano le loro acque con quelle marine, tutto ciò aggravò l'abbandono della manutenzione sistematica e provocò eventi sempre più catastrofici: fino alla grande alluvione del novembre 1966.
A partire da quella data iniziò una fase di analisi e riflessione. Sembrava che si fosse compreso quali erano stati gli errori e come si dovesse evitarli per il futuro e correggerne oggi le conseguenze. Una visione sistemica della Laguna e il rigoroso rispetto dei tre comandamenti della gradualità, reversibilità, sperimentalità dovevano essere i presupposti di un insieme di interventi da compiere per ripristinare l'equilibrio devastato dagli interventi ingegneristici, dalla miopia e dall'incuria, dalle privatizzazioni. Così, gradualmente, si sarebbero evitate le minacce di catastrofi analoghe a quella del 1966. Ma parallelamente a questa linea di azione un'altra si manifestò, e si rivelò più forte. Fu quella di puntare ogni sforzo sulla soluzione di un solo aspetto del problema: la regolazione dell'ingresso delle acque marine dai tre varchi tra mare e laguna. Violando la volontà dei comuni (e dei partiti di sinistra in Parlamento) il ministro Nicolazzi affidò a un consorzio di imprese gli studi, la progettazione, la sperimentazione e l'esecuzione delle opere, in regime di concessione. Il consorzio (che alla fine è risultato composto di imprese di costruzione, ovviamente più interessate alla quantità di opere da realizzare che alla qualità e alla durata dell'intervento naturalistico) ebbe ingenti finanziamenti. Promosse studi che coinvolsero la stragrande maggioranza della cultura tecnica ed economica locale. Promise occupazione per molti anni. Conquistò insomma vasti consensi.
Non tutte le voci critiche si spensero. Grazie soprattutto alle associazioni protezioniste e ambientaliste locali (in prima fila la sezione di Venezia di Italia Nostra) i progetti del Consorzio Venezia nuova furono sottoposti ad analisi critiche puntuali. A livello ministeriale la Commissione d'impatto ambientale espresse un parere critico assolutamente negativo, mettendo in evidenza gli errori, le incompletezze, l’inaffidabilità, i danni e i rischi dei progetti; per un vizio di forma il Tar annullò l'efficacia amministrativa dell'atto, ma nessuno poté contestare la sua sostanza. Nel frattempo, in sede tecnica si definirono soluzioni alternative, molto più ragionevoli, più efficaci, più affidabili, meno devastanti per l'ambiente, e soprattutto reversibili e meno costose.
Debolissima, invece, fu la risposta politica alla marcia del MoSE. All'entusiastico consenso delle formazioni di destra corrispose una critica esitante, dubbiosa, e in definitiva inconcludente dei partiti del centrosinistra. Le poche voci nettamente contrarie erano pesantemente neutralizzate dall'esplicito consenso dell'ex sindaco Paolo Costa (il successore di Massimo Cacciari, da lui stesso designato a proseguire il suo mandato), e da un clima generale dominato dall'ansia di "fare" e di favorire qualsiasi "sviluppo". La nuova maggioranza, eletta dopo una lacerante divisione a sinistra, sembra decisa a contrastare il mostruoso progetto. Ma esita ad aprire uno scontro deciso col potente Consorzio, rinviando tutto alla speranza di una vittoria di un centrosinistra più attento alle ragioni della ragione che a quelle degli interessi. Così come non sembra comprendere la necessità assoluta di una vasta campagna di opinione pubblica, che - smontando il castello propagandistico del Consorzio - chiarisca all'opinione pubblica nazionale e internazionale la reale portata del progetto MoSE: i danni ormai visibili dove i lavori sono iniziati, i costi ancora in larga misura indeterminati, i rischi e la sostanziale inutilità agli stessi fini che si propone, l'esistenza di soluzioni alternative migliori sotto tutti gli aspetti, l'illegittimità delle procedure seguite. Oggi, del resto, la critica al progetto incontra a Roma difficoltà ancora maggiori che per il passato, e richiederebbe perciò un più marcato impegno.
Berlusconi ha compreso infatti che il progetto MoSE è pienamente «emblematico» del suo regime. Opere molto consistenti, sebbene inutili, che mettono in moto cospicui finanziamenti premiando potenti aziende del settore delle costruzioni; sostituzione di poteri aziendali ai poteri tradizionalmente pubblici, e di scelte compiute dalle aziende alle scelte degli istituti democratici; distruzione di valori e beni eminentemente comuni, come sono quelli dell'ambiente lagunare; utilizzazione di risorse pubbliche per finanziare opere e interventi la cui progettazione ed esecuzione è di preminente interesse privato; esercizio del potere centrale per mortificare le esigenze espresse dai poteri locali: non si tratta forse di caratteristiche generali del regime che il cavaliere di Arcore sta tentando di imporre all'intero Paese?



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