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Piano: «La mia leggerezza è fatta di testardaggine»
Renato Rizzo
La Stampa, 3 ottobre 2005

A GUARENE L'ARCHITETTO IMPEGNATO NELLA DIFESA DEL PAESAGGIO

«A me piace stare con la testa nelle nuvole ma coni piedi ben piantati nella tradizione»

GUARENE
LI HANNO definito «poeta dell'equilibrio», «scrittore di versi verticali», ma lui sorride: «Da ragazzo ho provato a suonare la tromba in si bemolle, poi a scrivere, persino a produrre vino. Non sono riuscito a portare a termine, come avrei voluto, nessuna di queste attività. E, allora, ho ripiegato sull'architettura». Renzo Piano si chiude nella battuta per nascondere quel pizzico d'imbarazzo che oltre trent'anni da star sul palcoscenico del mondo non sono riusciti a cancellare. Ritira, a Guarene, il riconoscimento che lo premia per aver sempre inseguito la difesa dell'estetica del paesaggio, creando muri e mostrando, come dice Meo Orengo, di possedere «la poesia della leggerezza, la capacità di sconfiggere la legge di gravita, di capire la fragilità del mondo e d'appoggiarvi le sue opere con delicatezza e rispetto gentile».
La leggerezza, allora, come base etica d'una professione che lei, spesso, ha paragonato a quella del muratore: d'uno che lavora più per la gente che per lo share. Che, cioè, offre un servizio e produce cose che servono.
«Sì. A me piace credere che fare architettura significhi stare con la testa nelle nuvole, ma con i piedi ben radicati nella tradizione. La leggerezza, a mio avviso, è questo. Ma spero che tra una decina d'anni, se qualcuno vorrà ancora darmi un premio. Lo intitoli alla testardaggine. È l'altra caratteristica che mi lega a questa gente di terra, che fa vino o scrive libri sempre con l'aiuto della sublime testardaggine. Insiene alla levità, la cocciutaggine ha saputo disegnare questo territorio, come è avvenuto in Liguria e in tante altre regioni italiane».
Una natura, un paesaggio che non prescinde dall'uomo, ma che, anzi l'intervento dell'uomo rende migliore e più bello?
«È, questa, la natura che preferisco: quella in cui si riconoscono le tracce delle mani, quella conquistata a fatica, sudata, che ci parla dei bisnonni e dei trisnonni. Dove, insomma, riconosciamo i segni di chi ci ha preceduto e speriamo vengano lasciate le impronte di chi ci seguirà. Magnifico il mare sconfinato, le montagne incontaminate, le nuvole. Ma provi a fissare per 12 ore, le nuvole... Il paesaggio che non stanca mai è quello, certo fragile, che siamo riusciti ad addomesticare».
Ma proprio nella fragilità c'è un timore di Paradiso perduto. Basta poco a turbare l'equilibrio.
«Vero. La "spazzatura" architettonica prende sempre più spazio. Qui come nelle città, del resto. Guardo con spavento a tutto ciò, ma non ci si può rassegnare, occorre continuare a crescere. Parlo di crescita sostenibile, è ovvio. Con il rispetto dovuto alla bellezza, senza, però, dimenticare che questo è, per gli europei - e per noi italiani, in particolare -un capitale dalla forte valenza economica».
Proprio in questi giorni un gruppo di giovani del Roero ha deciso di acquistare un capannone che deturpava il paesaggio per demolirlo e dare un segno di responsabilità».
«Un'idea buona, una provocazione. Valida quando si parla di opere totalmente irrecuperabili. Ma, attenzione, a non generalizzare. La teoria della demolizione ha imperato, specie in Francia, sino a 5-6 anni fa. Ora, giustamente, nel mondo, prevale, quando è possibile, il desiderio di armonizzare».
Attraverso l'uso della leggerezza, appunto?
«Sì, ci sono molti interventi possibili. L'utilizzo deU"'aria" con gli alleggerimenti strutturali, il ricorso al verde. C'è un vecchio detto: "II medico nasconde i suoi errori sottoterra, l'architetto dietro qualche albero". In certi casi è vero. Anche se l'impegno più proficuo per ritrovare armonia si deve profondere sugli aspetti funzionali. Le città non siano solo muri, ma persone. Ho in mente le periferie, deserte perché monofunzionali: grandi dormitoli. Demolire? No, farle diventare centri urbani con il loro mix di funzioni, di riti come l'abitare, il dormire, l'acquistare, il lavorare, il divertirsi. E' proprio questa la sfida che ho intrapreso a Sarajevo e nel quartiere milanese di ponte Lambro».
In Italia non ci sono solo brutture da demolire o da armonizzare, ma anche capolavori che si deteriorano nella disattenzione generale.
«In un paese meraviglioso e un po' immaginario dovrebbe essere lo stato a salvaguardarli. Non sempre può e sa. Per fortuna ci sono gruppi e associazione formidabili. Penso al Fai, guidato dall'instancabile Giulia Maria Crespi: ha compreso che la prima salvaguardia passa attravèrso il possesso e il riuso. Il tutto con garbo e cultura». Ritorna la leggerezza. Saper coniugare, cioè, senza forzature fantasia e ostinazione. Che si tratti di restaurare un edificio, costituire un vino o, magari, suonare una tromba in si bemolle.



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