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II DIBATTITO «Istituto per il Risorgimento: c'è un futuro»
Giuseppe Talamo e Giovanni Belardelli
Corriere della Sera, 3 ottobre 2005

In un articolo pubblicato il 22 settembre scorso sul Corriere della Sera Giovanni Belardelli si è chiesto che senso abbia la sopravvivenza di un Istituto intitolato al Risorgimento e per di più creato dal fascismo. La stessa domanda che si era posto il 24 gennaio 2000 quando si era chiesto, sempre a proposito dell'Istituto per la storia del Risorgimento, se l'Italia «doveva avere ancora un Istituto del genere, e perché mai, se deve averlo, esso debba intitolarsi proprio alla storia del Risorgimento piuttosto che a quella del XX secolo o ad altro ancora». Vorrei dare delle risposte sintetiche a queste domande.
1) L'Istituto non fu creato dal fascismo, che semplicemente trasformò nel giugno 1935 la «Società nazionale per la storia del Risorgimento», sorta nel 1906, in Istituto che conservò il carattere associativo; tanto è vero che ancor oggi è l'unico Istituto storico ad avere una base associativa (oltre 3.000 soci), divisi in 72 comitati provinciali e 10 gruppi di studio all'estero.
2) L'Istituto costa allo Stato 135.000 euro all'anno, con i quali vengono pagati 3 impiegati, 2 borse di studio, alcuni contratti a progetto e sostenuta l'attività editoriale e museale. Le cariche di presidente, vicepresidente, segretario generale e membro del consiglio scientifico sono del tutto gratuite.
3) Attività editoriale: 5 collane
(Fonti, Memorie, Atti dei congressi, Prospettive, Repertori), una rivista quadrimestrale ('Rassegna storica del Risorgimento, tiratura 3.200 copie, la più diffusa tra le riviste storiche italiane).
4) Archivio storico (aperto tutti i giorni); un milione e mezzo di «pezzi» in corso di informatizza-zione (carte di D'Azeglio, Garibaldi, Cavour, Lemmi, Depretis, Mancini, Settembrini, Crispi, Luigi Carlo Farmi, Rattazzi ecc. ), il cui inventario è consultabile dal 2004 on line. Nell'Archivio hanno lavorato i maggiori studiosi italiani e stranieri, da Adolfo Omodeo a Rosario Romeo, da John Davis a Harry Hearder, a Manuel Espa-das Burgos.
5) Museo centrale del Risorgimento: 850.000 visitatori nel 2004. Inoltre due mostre all'anno nell'Ala Brasini espongono materiale iconografico dell'Istituto, tutto consultabile on line.
6) Convenzione con il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca per la creazione, nel Museo, dal2006, di un percorso didattico diversificato per studenti.
7) Rapporti internazionali: convegni con storici ungheresi (1998), spagnoli (1998 e 1999), romeni (1999), belgi (2000), tedeschi (2001). Ogni due anni è organizzato un congresso internazionale.
Alla base dell'attività dell'Istituto c'è la convinzione che il Risorgimento, lungi dall'essere inteso come mera storia del patriottismo italiano (secondo l'insegnamento che parte da Volpe e arriva ai nostri giorni) è la storia della trasformazione di un'antica nazione culturale in una nazione politica e della trasformazione della società italiana tra la fine del Settecento e la Prima guerra mondiale nel contesto europeo. È veramente arduo immaginare di poter trasformare questo Istituto, con Usuo Archivio e Usuo Museo, in un Istituto distoria del Novecento.
Giuseppe Talamo Presidente dell'Istituto per la Storia del Risorgimento

La replica
Giuseppe Talamo trae spunto dalle appena due righe che il mio articolo dedicava all'Istituto da lui presieduto per una minuta elencazione delle attività e benemerenze di quest'ultimo. Ma non era questo il punto. Nell'articolo al quale egli si riferisce mi chiedevo, invece, se abbia un senso che l'Italia democratica continui a conservare, tale e quale, la struttura di istituti storici (giunta centrale e organismi collegati) creata dal fascismo. À giudicare dal contenuto della sua lettera, sembra però che tale questione a Talamo non interessi per nulla. Peccato.
Giovanni Belardelli



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