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Fondazioni liriche. Musa bizzarra, altera. E senza fondi
Giuseppe Pennisi
ItaliaOggi 1/10/2005

Questo autunno il mondo della musica, e in particolare quello del teatro in musica (dalle 14 fondazioni lirico-sinfoniche, alla sessantina di teatri di tradizione, ai numerosissimi festival estivi) è in subbuglio come non mai. Le tensioni riguardano soprattutto la «musa bizzarra e altera», e cioè la lirica: le 14 fondazioni hanno accusato, infatti, un disavanzo di 41,3 miliardi di euro nei consuntivi 2004 e di oltre 50 miliardi nei preconsuntivi 2005. Lo stock di debito viaggia verso i 150 miliardi. La tabella in pagina riassume la situazione sulla base dei consuntivi 1999-2004. Occorre, in primo luogo, rilevare che i dati smentiscono la fama di «sprecona» attribuita spesso a Roma: l'Accademia di Santa Cecilia e il Teatro dell'Opera, infatti, sono due delle quattro istituzioni con i conti in regola. Le altre due sono il teatro Carlo Felice di Genova e il teatro Regio di Torino che nel 2004 sono giunti a riportare i conti in ordine (anche se pesano ancora le gestioni passate), dopo due vere e proprie cure da cavallo attuate nel 2002-2004. In effetti, i genovesi hanno, a torto o a ragione, la reputazione di essere parsimoniosi e i torinesi di essere oculati amministratori. Tanto il disavanzo degli ultimi cinque anni quanto lo stock di debito è da imputarsi principalmente alla Scala, al San Carlo, ai due Massimi siciliani, al Lirico di Cagliari e all'Arena di Verona (un tempo in utile grazie ai suoi 16 mila posti ma ora sempre più in rosso). Sono finiti in guai profondi anche i teatri del Maggio Musicale Fiorentino. Il sovrintendente, infatti, ha lasciato l'incarico quasi a metà mandato. Dopo settimane di ricerca di un cireneo pronto a prendersi carico dei 20 milioni di euro di debiti accumulati in cinque anni, il direttore generale delle arti dal vivo del ministero ha dovuto assumere funzioni di commissario.
Il 10 settembre scorso, a Venezia, sono stati proclamati gli «stati generali» del settore. La loro richiesta è stata quella di un aumento dell'apporto dello stato alle attività culturali (appena lo 0,33% del pil rispetto all'1,4-1,5% del pil di Francia, Germania e Spagna). Si vuole soprattutto un aumento del Fus (il Fondo unico per lo spettacolo) le cui risorse complessive sono 464 milioni di euro. Le 14 fondazioni ne assor-bono la metà.
Cerchiamo di esaminare il problema con equilibrio. In primo luogo, da sempre il Principe ha messo mano alla borsa per sostenere le arti, specialmente la «musa bizzarra e altera». La «legge di Baumol» (dal nome dell'economista americano che l'ha formulata all'inizio degli anni 60) dimostra che le arti dal vivo non possono tenere il passo con il progresso tecnologico: si richiede lo stesso numero di esecutori oggi e nell'Ottocento per mettere in scena I maestri cantori di Wagner o la Nona di Beethoven. Senza l'intervento pubblico, le arti dal vivo sparirebbero in un mondo in cui produttività e competitività sono funzione della tecnologia. In secondo luogo, però, la «musa bizzarra e altera» si e abituata a fare ì capricci. Una rappresentazione lirica, infatti, costa in Italia mediamente il 30% di più della media Ue e in una stagione sono stati programmati cinque nuovi allestimenti della stessa opera di Verdi. Non sembra necessario, tra l'altro, avere circa 60 teatri di tradizione (rispetto ai 20 della Francia) oppure organizzare (nell'estate 2005) 35 «festival» lirici, molti di qualità modesta.
L'innovazione viene più dall'aguzzar l'ingegno che dal metter mano al portafoglio (dei contribuenti). Da qualche tempo il sapore del nuovo e del bello è in festival con budget di meno di mezzo milione di euro (e in cui il finanziamento pubblico è meno del 40% del totale), quali quelli di Montepulciano (fine luglio), Jesi (dal 3 all'11 settembre), Perugia (15-24 settembre), non nelle megainiziative come Pesaro (6 milioni di euro) e Spoleto (4 milioni di euro), diventate polverose e stantie e spesso disertate dal pubblico.
Diamo un'occhiata all'estero. Quest'estate il Festival del Tirolo nel lembo dell'Austria che si incunea nelle Alpi bavaresi, a un costo di 1,9 milioni di euro (un terzo di Pesaro e la metà di Spoleto), e in uno spazio per 1.500 posti, all'insegna dell'esaurito ogni sera, ha messo in scena, dall'8 luglio al 28 agosto, otto opere (di cui due cicli completi del Ring di Richard Wagner) e una serie di concerti con un organico orchestrale di 130 (40 italiani) e un mix di cantanti tra affermati e giovani. La biglietteria copre un terzo del costo, le sovvenzioni un altro, il resto gli sponsor. La qualità? Semplicistico dire i tirolesi sono di bocca buona: la metà del pubblico sono tedeschi transfughi da Verona (a causa del caro-biglietti, caro-hotel, caro-ristorante, caro-tutto); il festival tirolese esporta sue produzioni (per esempio il Ring wagneriano ed Elektra di Strauss a Santander in Spagna).
Se non vogliamo spingerci lontano, guardiamo gli esempi positivi di casa nostra. Nell'estate 2004, ItaliaOggi ha esaminato, dati alla mano, il processo di risanamento del teatro dell'Opera di Roma, considerato un tempo un pozzo senza fondo. Soffermiamoci sull'Accademia di Santa Cecilia, una delle più antiche istituzioni musicali private d'Europa.
Il 28 settembre è stato presentato un preconsuntivo per l'anno in corso: in breve, i buoni risultati finanziari avuti grazie all'aumento della produzione, al contenimento dei costi, alla conquista di nuovo pubblico (tramite un'adeguata politica di prezzi), all'apporto di sponsor privati (che vanno dove va la qualità). Gli eventi che si sono svolti nella sede dell'Auditorium del Parco della musica di Roma sono passati dai 266 del 2003 ai 407 del 2004. Il 2005 si avvia a confermare il trend in ascesa dell'anno scorso. Il Parco della musica (dove ha sede l'Accademia) è divenuto il centro musicale più importante del paese. La politica dei prezzi e la diversificazione dell'offerta sono stati gli strumenti per aumentare produzione e pubblico. La politica dei prezzi è stata marcatamente differenziata: per spettacoli, come quelli del «K Festival» dedicato a Mozart, si va dai 5 euro per chi ha meno di 30 anni ai 9 euro per gli adulti, mentre per prestigiosi festival internazionali come quello di Abbado con la Lucerne Festival Orchestra ci si basa su parametri europei. Accanto alla tradizionale stagione sinfonica e da camera, alla stagione estiva, sono stati creati i «family concerts» della domenica mattina a prezzi popolari ed è stato incrementato per il programma speciale bambini e ragazzi. Nel 2004 il numero degli spettatori è stato 410.771 con un aumento del 12,5% rispetto al 2003.I dati preliminari suggeriscono un ulteriore incremento nel 2005.
L'incidenza della vendita dei biglietti sulle entrate complessive (22,6%) è percentualmente il più alto tra le altre fondazioni enti lirico-sinfoniche, la cui media si assesta sul 5%. Alla biglietteria si aggiungono l'8,6% di finanziamenti privati, soci fondatori e sponsor (8,6% delle entrate) e ricavi da vendite di spettacoli e simili (16,4%). L'autofinanziamento giunge al 47,6%. Il contributo del Fus è pari al 36% della spesa totale. I finanziamenti di altre istituzioni pubbliche (comune, regione) coprono il 16,4% del bilancio. Ultima novità: la creazione della prima Bibliomediateca in Italia (e una delle prime in Europa). Conterrà, a regime, documenti che vanno dal 1650 ad oggi, fototeca, partiture, circa 120 mila libri, registrazioni audio). Tutto digitalizzato.




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