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Archeologia e paesaggio. Un restauro d’atmosfera
Gillo Dorfles
CORRIERE DELLA SERA, 28-SET-2005




Quando Sklovskij —il grande estetologo russo — coniava il termine di ostranenije — straniamento — a indicare come la «decontestualizzazione» d'un brano letterario — ma in generale d'un qualsiasi elemento artistico — portasse ad alterare e spesso ad accrescere l'efficacia di quel testo, non aveva forse considerato il processo inverso: quanto, cioè, sia importante per il significato e la valutazione d'un'opera d'arte, il mantenimento del suo contesto. E, infatti, proprio del peso d'una cosiffatta contestualizzazione ci si rende conto, ad esempio in molti casi di opere dell'antichità, di famosi insediamenti archeologici, che soffrono se avulsi dal loro contesto e privati dell'originario territorio (si pensi solo al tipico caso dei «Cloisters» di New York, chiostri romanici strappati al Sud della Francia e ricostruiti ai margini di Manhattan). Ma si pensi anche a casi recenti: quello dell'archivio del Bauhaus ideato da Gropius per tutt'altra località che quella berlinese attuale; o al monumento per Pertini progettato da Aldo Rossi non certo per il «budello» di via Manzoni.
Ho citato questi pochi esempi perché una teoria molto efficace circa i problemi del contesto ci viene ora offerta da un prezioso volumetto del noto archeologo-architetto Raffaele D'Andria (Un teatro di terra: il parco archeologico da Velia a Bramsche-Kallkriese, Ombre Corte, pp. 130, € 12,50), responsabile dell'Ufficio tecnico della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino e Benevento, dunque non solo dei maestosi templi dell'antica Poseidonia (Paestum) ma dell'area della città di Velia, la greca Elea, e di Buccino, l'antica Volcei. L'approccio di D'Andria è di estremo interesse — anche per i non-archeologi — per il fatto d'aver posto in primo piano l'importanza da attribuire al contesto in ogni ricostruzione, soprattutto nei casi di «parchi archeologici» che dovrebbero sempre poter rifarsi alle situazioni ambientali e orografiche e non limitarsi al solo «scavo» delle arcaiche vestigia. «Il restauro (...) non è solo l'attuazione di protocolli per il "disvelamento" e la messa in valore del "luogo" (...) non solo la riproposizione conservativa (...) nel testo materiale; bensì anche la calibratura di quest'ultimo nei rapporti di paesaggio con il contesto». Di quanto sopra è una prova eccezionale la cittadina degli eleati e del grande Parmenide, l'odierna Velia, dove l'incontro tra mare e collina, tra ricostruzione dell'anfiteatro e delle terme pur conservando alcune delle costruzioni medievali, ha permesso di ottenere o di ricomporre quella straordinaria «atmosfera» che può ricondurci al quinto secolo a.C. proprio per la «contestualizzazione» ricercata e ottenuta. Ma, se il percorso seguito da D'Andria — da Velia a Paestum, ma anche dai «parchi archeologici» di Campiglia Marittima, di Orvieto, di Gabii, fino a quello in Germania di Bramdische-Kallkriese — è tutto un affascinante viaggio ipogeo, e insieme «paesaggistico», quello che più mi preme di sottolineare è la maniera con cui l'autore affronta il complesso problema degli scavi, dei restauri e della ristrutturazione dei relativi «parchi». È sin troppo facile discorrere di restauri «conservativi» in occasione di monumenti dei secoli scorsi o polemizzare attorno a tante «ricostruzioni» più o meno fantasiose in molte delle grandi metropoli arcaiche (da Chichén Itzà a Persepoli, da Efeso a Pompei); quello che in realtà viene spesso disatteso è il problema dell'intimo rapporto tra paesaggio e retaggio, tra recupero urbanistico e genius loci. Un «genius» che dopo duemila anni spesso è totalmente metamorfizzato, per cui spetterà all'archeologo recuperare, se è possibile, l'antico rapporto tra natura e artificio anche riandando a ricordi storici ancora rintracciabili. L'esempio del parco archeologico di Bramsche-Kallkriese citato da D'Andria riguarda il luogo d'una battaglia avvenuta nel 9 d.C. nella selva di Teoburgo dove, per «stimolare l'immaginazione del visitatore nella ricostruzione mentale della battaglia», si sono sottolineati alcuni elementi e percorsi che costituiscono, appunto, il «contesto» del quasi inesistente «testo» archeologico.
Non c'è dubbio, in definitiva, che anche nel nostro Paese — sin troppo ricco delle memorie tangibili d'un glorioso passato — sarà possibile una diffusa consapevolezza di questo passato, solo con la giusta applicazione dei restauri e soprattutto delle «atmosfere» che li circondano. Non si dimentichi, infatti, che se esistono intere zone romane sotto le nostre città (da Napoli a Verona, da Aosta a Milano) che difficilmente potranno essere recuperate perché sepolte sotto dense strutture urbane, è per contro del tutto inammissibile che tutta la metà d'una città come Poseidonia si trovi ancora nascosta sotto campi di granturco (e neppure di pregiate colture) che non permettono di contemplare l'intero tracciato dell'anfiteatro, oggi per metà occultato dalla vegetazione (quasi come avveniva alle rovine di Ushmal nello Yucatan o a quelle del Guatemala!).
Il caso di Paestum non è che uno dei tanti esempi che «gridano vendetta». Tanto più quando si pensi che, anche solo l'incremento economico che un turismo elitario sarebbe in grado di apportare, basterebbe a compensare adeguatamente la mancata vendita di qualche quintale di granturco.



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