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Parma, l’architettura che cresce senza le grandi stelle
Rosa Tessa
la Repubblica, affari e finanza, 26 settembre 2005

II Festival ha rinunciato alle firme internazionali per portare un messaggio nuovo: largo ai giovani e ai nomi sconosciuti ma di sicuro talento

Milano
Star dell'architettura? No grazie. Una voce fuori dal coro quella del Festival dell'architettura di Parma, che Si è concluso ieri. Alla rassegna niente "griffe" dello star System internazionale dell'architettura. Il festival dell'architettura di Parma, alla sua seconda edizione non ha voluto puntare di proposito i riflettori su queste 'prime donne' del progetto. E ha parlato ai visitatori di bravi architetti, di tutta quella parte di mondo di cui non si parla mai: degli indiani, di giovani progettisti cinesi, che stano reinventando le case a corte tradizionali, di architetti dell'Africa Sahariana che stanno facendo cose straordinarie nonostante i loro Strumenti costruttivi siano poveri. Il festival ha messo in scena un'architettura contaminata da cinema, arte, letteratura e fotografia. Sei mila i visitatori. Trentasette le mostre. Cento-venti le conferenze e gli incontri con gli attori dell'architettura mondiale. «Il bilancio è positivo» comunica 1 ' organizzazione. Tutte le sedi più prestigiose di Parma sono state mobilitate per ospitare gli eventi di questa kermesse con un tiro completamente diverso dalla Biennale dell'architettura di Venezia che sostanzialmente rimane una mostra indirizzata agli architetti. «In questi giorni abbiamo fatto parlare 1 ' architettura in modo semplice e diretto alla gente e ai ragazzi — racconta il direttore Carlo Quintelli — L'abbiamo fatta uscire dai suoi classici luoghi da addetti ai lavori».
Niente star dell'architettura al suo festival, dunque?
«Abbiamo ospitato architetti che fanno progetti belli e moderni, ma che approfondiscono il contesto in cui si collocano. Oggi ci sono troppe star che firmano i loro grattacieli senza dare peso alla cultura del luogo. Pechino si sta riempiendo di grattacielotti che possiamo vedere in tutte le città internazionali dell'occidente. Il problema è che tra vent'anni Pechino sarà una brutta imitazione di New York. Per le città vale la stessa regola dei prodotti: non hanno valore se non hanno identità».
Quindi?
«Abbiamo chiamato architetti cinesi molto bravi che non scimmiottano architetture occidentali. Sono venuti anche bravi architetti indiani e africani che lavorando in questa direzione, cercano una nuova via tra modernità e tradizione». Qualche nome
«E' venuto per la prima volta in Italia Raj Rewal, un grande maestro dell'architettura indiana (ha fatto la fiera, il villaggio olimpico e l'ampliamento del parlamento a Nuova Delhi ndr) che da un grande insegnamento sul rapporto tra novità e tradizione».
Il tema del suo festival è stato "ricchezza e povertà"
«Viviamo in una situazione in cui queste due sfere si confrontano in modo conflittuale su tanti livelli e tanti scenari».
Oggi la distanza tra ricchezza e povertà è sempre più grande
«Proprio per questo motivo noi architetti dovremmo domandarci cosa stiamo facendo. La ricchezza, se ben interpretata, può dare un apporto positivo.
Allo stesso modo dobbiamo riconoscere i bisogni della povertà. Uno dei temi importanti
del festival è stato quello della casa popolare. Abbiamo riproposto i progetti del Gallaratese a Milano di Aymonino, lo Zen a Palermo di Gregotti, e il Corviale a Roma di Fiorentino. Case popolari molto discusse negli anni settanta-ottanta».
In Italia in questo momento cosa c'è di' ricco o di povero' sotto il profilo architettonico?
«Sì stanno facendo grandi interventi sulle città italiane. Sono molto ricchi dal punto di vista materiale e formale. Ma, non so fino a che punto siano ricchi di contenuti culturali per la città
che trasformano».
Nel Festival c'era la mostra 'Italia 2011'. Come saranno le città italiane fra qualche anno?
«Su Roma, Veltroni sta muovendo operazioni di una straordinaria importanza. A Genova stanno riprendendo in considerazione un importante progetto fatto da Piano che precedentemente era stato rifiutato. E ci sono progetti importanti su Milano».
Milano nel 2011 sarà più ricca di oggi?
«Ci sono grandi progetti in corso, ma il punto è: questa città è capace di cogliere e supportare la sua identità così come ha fatto una certa architettura degli anni cinquanta? E' la prima volta che in Italia, a partire dal dopoguerra e 'è un intervento molto forte e congiunto tra le componenti economiche-finanzia-rie, gli amministrazioni locali, le imprese edili e gli architetti. Questo fermento è positivo per l'Italia che è rimasta molto indietro rispetto agli altri paesi europei. Bisogna capire, però, se c'è quella consapevolezza percui tutte queste forze in campo sono chiamate a fare un'operazione economie che abbia ricadute culturali per la città nel suo insieme. Intanto si sta già pensando ad una seconda fase di trasformazione delle città italiane. Adesso bisogna progettare quello che vedremo nel 2020».
E Come potrebbe essere l'Italia nel 2020?
«Un esempio è nei nuovo progetto di riqualificazione dell'ex area Fiera a Milano con i grattacieli di Libenskind, Isozaki e Hadid. C'è una grande ossessione per le griffe dell'architettura, per le grandi star internazionali. E'comprensibile perché un prodotto vende meglio se è valorizzato da una firma, ma bisogna pensare che queste star —impegnate su tanti progetti in tutto il mondo — solitamente non approfondiscono più di tanto il contesto culturale in cui progettano. Allora credo che la prima responsabilità delle amministrazioni e dei committenti è di chiedere a questi architetti un lavoro più serio e approfondito. Anche perché, come si sa, delle griffe, prima o poi, ci si stanca)



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