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Firenze. Martelli, da non dimenticare
Giuliano Matteucci
Corriere Fiorentino - 13/1/2021


Fu un grande fiorentino europeo, amico dei Macchiaioli e degli Impressionisti. Il direttore dell’Istituto Matteucci lo racconta e denuncia: la tomba a Trespiano in stato di abbandono.

Il 20 novembre 1896 Diego Martelli muore nella casa di via del Melarancio a Firenze. L’epigrafe composta dal comitato di amici presieduto da Gustavo Uzielli in memoria della bontà, della franchezza e dell’intelligenza di un uomo spesosi più per gli altri che per sé stesso, recita: «Diego Martelli fiorentino/consacrò alla Patria il braccio/all’Arte la mente/all’Umanità il cuore». Qualità e meriti che oggi, visto lo stato di abbandono in cui versa la tomba al cimitero di Trespiano, sembrerebbero del tutto dimenticati. Sorte immeritata per un «critico vero, il solo critico serio del nostro ‘800 che commemora la morte ‘dell’amico’ Manet, in uno stupendo articolo dove sono notizie preziose non ancora rilevate dalla critica moderna». Il giudizio, tutt’altro che scontato, è formulato da Roberto Longhi, maestro dei maestri della critica del Novecento, nei riguardi di un personaggio al quale il Dictionnaire International dell’Impressionismo (1979) riconosce il ruolo di «introducteur en Italie» della «Nouvelle peinture». L’occasione è offerta a Longhi dalla prefazione all’edizione italiana della Storia dell’Impressionismo di John Rewald (1949), curata da Antonio Boschetto, nella quale la lucida conferenza sul movimento parigino tenuta da Martelli al Circolo Filologico di Livorno nel 1879 segue a ruota i contributi di George Rivière e Théodore Duret.

L’elogio di Longhi
Nel suo «ragguaglio» Longhi sottolinea la lungimiranza dello scrittore nel profetizzare che la pittura di Degas, Pissarro, Berthe Morisot, Monet, sarebbe rimasta «nell’avvenire, insieme a poche altre cose degne di essere salvate, quando il tempo farà una giusta scelta delle nostre produzioni». Instaurando un parallelo tra il gruppo parigino del Café de la Nouvelle Athène e quello del Michelangiolo, come se nei due ritrovi venissero dibattute le stesse idee, conclude con il sulfureo e metaforico «Buonanotte signor Fattori», trascurando, indebitamente, la differenza di radici, teorie e formule frutto di sensibilità e tecniche diverse. Se da un lato Martelli, a seguito dei ripetuti viaggi a Parigi dove si reca per la prima volta ventitreenne nel 1862, s’impone come trait d’union tra la cultura figurativa di Manet e Degas (quest’ultimo gli dedicherà due ritratti) e quella di Borrani, Abbati, Cabianca, Lega, Fattori, Signorini, dall’altro si conferma il mentore dei Macchiaioli, avendone sostenuto più d’ogni altro l’opera e l’evoluzione. Riscontro diretto di questa fede estetica è la raccolta da lui legata al Comune di Firenze, riunita alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, nella quale figurano le due tele di Pissarro inviategli dal pittore francese. Figlio della generazione colta e illuminata che aveva posto le basi per l’unificazione del Paese, era nato in via Teatina 28, nell’ottobre 1839. Sin da quando giovanissimo aveva preso a bazzicare il noto Caffè di via Larga, oggi via Cavour, aggregandosi alla banda degli artisti antiaccademici, si era distinto per lo spirito libero, la generosità e l’onestà, manifestando la necessità di vivere a contatto con il mondo. Pur intimamente orgoglioso della propria fiorentinità, riconosceva a Parigi l’apertura di capitale europea che lo portava a considerarla, anche per le molte amicizie coltivate, una seconda patria: «Chi nasce, putacaso, in via Panicale — sosteneva — riceve il battesimo in San Giovanni e può dire di essere stato all’abbachino dagli Scolopi, ha il diritto di vantarsi, senza tema di smentita, un fiorentino purosangue […]; ma non così avviene a chi, figlio di padre e madre nati e domiciliati a Parigi, nasce e vive nella rue Saint De nis ; costui se manca delle qualità volute non sarà mai un parigino , può essere un eccellente francese, può amare Parigi svisceratamente e farsi ammazzare per sbaglio ne’ pressi delle barricate che ogni dieci anni si fanno in quella città, ma non sarà mai un parigino, e vegeterà bourgeois natural vita durante, senza raggiungere questo titolo desiderato».

Affanni e delusioni
In assenza di un’autobiografia, la sua esistenza segnata da affanni e delusioni può essere ripercorsa, oltreché attraverso gli studi di Boschetto, Piero e Francesca Dini e Fulvio Conti, dallo spoglio del fondo della Biblioteca Marucelliana contenente, tra l’altro la fitta corrispondenza con Fattori. Ad emergere è il profondo legame tra due nature che, seppure contrapposte per cultura e temperamento — impulsivo e vulcanico Martelli, meditativo e conciliante Fattori — raggiungono, nella complementarità e sincerità di un rapporto cui solo la morte avrebbe messo fine, un’affinità etica nel non sentirsi condizionati dalle convenzioni. A Martelli veniva rimproverata la scelta di dividere la vita con Teresa Fabbrini, la «Gegia», incontrata, stante i mormorii dell’ambiente artistico, in una casa di piacere, mentre a Fattori, cinquantenne, la cocente passione per Amalia Nollemberg, la cameriera tedesca di casa Gioli-Bartolommei, di trent’anni più giovane. Idealista e un po’ sognatore ma con forte senso della Patria, dopo la frequentazione delle lezioni alla facoltà di Medicina a Pisa, si arruola volontario con i Macchiaioli per la campagna del ’59. Un legame, quello con il gruppo toscano, mai interrotto e affiancato dall’attività critica, dalla passione politica — tra il 1889 e il 1890 avrebbe ricoperto a Firenze la carica di Consigliere comunale — e dall’amore per l’arte.

Luogo del cuore
Nella fattoria di Castiglioncello ereditata dal padre, «luogo del cuore» condiviso con la compagna, dove molti degli amici pittori, a cominciare da Abbati, saranno di casa, vedono la luce le opere più intense della moderna Scuola Toscana. Impegnato su più fronti, tra cui la riconversione agricola della fattoria, l’ideazione e il finanziamento del Gazzettino delle Arti del Disegno , foglio ufficiale del movimento macchiaiolo diretto nel 1867 con Signorini, rivela i propri limiti in ambito imprenditoriale, sacrificando il patrimonio di famiglia. Oberato dai debiti, nel 1884 è costretto a cedere alla Biblioteca Nazionale di Firenze le carte foscoliane pervenutegli in eredità dalla zia materna Candida Quirina Mocenni Maggiotti, «la donna gentile» del Foscolo. Cinque anni dopo è la volta della proprietà di Castiglioncello, gravata da ipoteche. Sconfitte morali, oltreché materiali, all’origine di quella perenne insicurezza di cui risentirà anche Teresa, compianta come una «martire del lavoro e dell’affezione», legata ad «un matto che rovina in un minuto la paziente tela delle tue economie». Con profondo senso di colpa per non essere riuscito a ricambiare quanto da lei ricevuto, dopo la scomparsa avvenuta il 19 ottobre 1895, confesserà all’amica Matilde Gioli Bartolommei: «Sento di avere voluto un gran bene alla mia povera morta; bene che da principio era una simpatia ed una benevolenza che andava a mano a mano aumentando, a misura che le qualità che amavo e che avevo indovinate si andavano sviluppando. In omaggio alla santa memoria della mamma sua, che perdette da bambina, ella non si ribellò mai alla guerra che [le] fece mia madre, e tanto la comprese che le nostre mani le unì e le benedisse». Parole che da sole bastano a mantenere alta la forza d’animo e l’intelletto di un grande fiorentino, di cui, oggi, sembra essersi persa la memoria, come del resto dimostra, insieme con il desolante cippo di Trespiano, l’assenza del suo nome nella toponomastica cittadina.

*Direttore Istituto Matteucci Viareggio



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