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Topi, insetti, polvere e incuria… l’abbandono del museo civico di Viterbo
Daniele Camilli
Tuscia web 6/11/2020

Topi, insetti, polvere e incuria. L’abbandono del museo civico di Viterbo. Proprietà comunale. Con le opere allestite male, qualcuna con qualche piccolo danno qua e là, un’illuminazione che le potrebbe mettere a rischio. E non da ultimo, porte, finestre e ingressi sostanzialmente da rivedere. Infine pare anche che il museo abbia una questione aperta con i topi. Le scatole per esca, pure belle robuste, stanno un po’ dappertutto. Una di queste è appoggiata alla bene e meglio addosso a un’antica campana.

Il museo civico di Viterbo sta a piazza Crispi, fuori le mura. Ed è abbandonato a sé stesso. E sembra andare avanti solo grazie alla buona volontà di custodi e amministrativi che con il loro lavoro fanno di tutto per renderlo almeno presentabile. A raccontare cosa è diventato oggi il museo di piazza Crispi è la relazione di un gruppo di studenti del corso di laurea magistrale in conservazione e restauro dei beni culturali dell’Università della Tuscia che all’inizio di quest’anno, prima che tutto chiudesse con il Covid, hanno rigirato il civico come un calzino e studiato l’ambiente museale da capo a piedi. Allestimenti, illuminazione, stato di conservazione delle opere e monitoraggio entomologico, ossia dispositivi per controllare gli infestanti. In sintesi, per capire se in giro ci sono insetti. E al museo civico, a quanto pare ci sono. Non è certo l’invasione delle cavallette, ma se non si fa da subito argine, le cavallette poi alla fine arrivano.

I report derivati dal lavoro degli studenti, presentati poi nel corso di un esame la scorsa estate e che riportano in alto i loghi dell’Unitus, del Dibaf e del corso, raccontano le condizioni di incuria e abbandono del museo civico Luigi Rossi Danielli. Il più illustre degli sconosciuti. Non Rossi Danielli, che era un importante archeologo viterbese di fine ottocento, ma il museo stesso. Poco frequentato e circa 15 anni fa vittima pure di un crollo da cui non si è più ripreso, dato che le sale I e IX sono ancora chiuse.

L’obiettivo dello studio “è stato quello – spiegano gli studenti nel report dedicato all’ambiente mussale – di individuare i fattori di pericolosità legati alle caratteristiche ambientali, strutturali e di gestione di sale espositive, al fine di sviluppare metodologie atte a migliorare le condizioni conservative dei beni”.

Il museo di piazza Crispi risale al 1955. E’ la data di riapertura al culto della chiesa che gli sta accanto. Santa Maria della Verità, con gli affreschi di Lorenzo da Viterbo, bombardata nel 1944 e successivamente restaurata da Cesare Brandi, che proprio a Viterbo, intervenendo sullo Sposalizio della vergine della cappella Mazzatosta, elaborò la teoria moderna del restauro. Il 25 maggio del 2005 il museo subì un grave crollo con danni a carico soprattutto della sala IX. Da quel momento è rimasto chiuso. Fino al 23 ottobre 2014. Quando è tornato nuovamente fruibile. Dopo quasi 10 anni di serrata. E con due sale che ancora non si possono visitare.

Una struttura prestigiosa di suo. Il museo è ospitato infatti nel chiostro duecentesco e nei locali del convento annessi alla chiesa di Santa Maria della Verità. Di fronte le mura, con i resti del palazzo di Federico II e la vecchia Porta San Matteo dove nel 1867 vennero uccisi tre garibaldini. Attorno a sé, la piazza più laica di Viterbo. Piazza Crispi, il presidente del consiglio che alla fine dell’ottocento volle la statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori a Roma. Dove la chiesa l’aveva bruciato vivo. Con il corpo sparato dritto verso il Vaticano e la cupola di San Pietro, ma lo sguardo rivolto a terra. A mo’ di monito. Una black pantera ante litteram. Carlos e Smith un secolo prima.

Alle spalle del museo ci sono invece i quartieri della media borghesia viterbese. Quella degli anni ’60 e ’70, figlia in parte di una lunga tradizione risorgimentale e mazziniana che, nell’impianto dei quartieri che ha creato, sembra aver preso spunto dal liberty di viale Trieste, dandogli seguito e respiro. Accogliendo a valle, e all’interno di un unico disegno, anche il lungo serpentone delle case dei ferrovieri e a sud, fino all’istituto Paolo Savi, via Pietro Vanni e gli splendidi cortili delle architetture popolari dei palazzi che gli stanno accanto.

Parlando della sala VI del museo gli studenti scrivono. “Tra queste ci sono opere (in particolar modo i dipinti su tavola e la scultura bronzea) che necessitano urgentemente di operazioni di pronto intervento. L’acquamanile, nonostante sia conservato all’interno di una teca ad esso interamente dedicata, presenta un innesco di corrosione del metallo in atto. Il materiale costituente della teca, inoltre, risulta alterato, opacizzata, non consentendo una corretta fruizione dell’opera stessa. Per quanto riguarda i dipinti su tavola, sono plurime le situazioni in cui risultano fondamentali, e altamente necessari, interventi di consolidamento e riadesione, per evitare la caduta, e perdita, di strati pittorici originali”.

Le opere in questione, individuate dagli studenti, sono in particolar modo tre. La Madonna con bambino, tempera su tavola trasportata su tela, la Madonna in trono con bambino e angeli, tempera su tavola, e la Madonna con bambino, cardinale e santo vescovo, tempera su tavola.

Il museo civico si dispone su tre livelli espositivi e 32 locali, articolati all’interno di due grandi scansioni cronologiche. L’evo antico negli ambienti del chiostro e nel piano interno inferiore, il medioevo e l’età moderna ai piani superiori. Il progetto di allestimento è dell’architetto Franco Minissi.

l chiostro e le sale al pianterreno (sezione archeologica) ospitano i reperti provenienti dal territorio viterbese (VIII secolo a.C. – III d.C.). Al primo piano (sezione di arte medievale e moderna) è esposta invece la sezione storico-artistica, formata nel XIX secolo a seguito dell’espropriazione dei beni ecclesiastici della città. La pinacoteca presenta opere che vanno dal XII al XV secolo. L’ultimo piano (sezione arti minori) è dedicato infine alle arti minori e alle memorie storiche. Ci sono anche diverse collezioni. Dalla numismatica a cinquantasei bozzetti cartacei settecenteschi della Macchina di Santa Rosa. Notevoli inoltre le ceramiche da farmacia del XVIII secolo, provenienti dall’Ospedale grande degli infermi, e dei cliché fotomeccanici.

A causa del crollo del 2005 il museo ha subìto importanti modificazioni. “La chiusura di alcune sale (Sala I e Sala IX, gli ambienti più spaziosi) – scrivono gli studenti di Beni culturali nel loro report – ha reso necessario il trasferimento di alcune opere, in parte nei depositi e in parte all’interno di altre sale”.

“L’esclusione della Sala I dall’ambiente espositivo ha inoltre comportato un cambiamento nel percorso museale. L’attuale entrata corrisponde, in realtà, all’originale uscita. Attualmente, quando il turista entra nel museo, si inserisce nella parte terminale del percorso, ed è così costretto a visitare la sezione archeologica al contrario, seguendo una numerazione delle sale errata e apparentemente non ragionata”.

Anche porte e finestre del museo non sarebbero messe benissimo. Al centro della parete ovest della sala VIII (arte medievale e moderna) “è presente – spiega il report dell’Unitus – una finestra a doppia anta con scuri e apertura verso l’interno. Pur non essendo dotata di filtri con funzione di abbattimento di radiazioni luminose pericolose per i beni esposti, vista la presenza degli scuri che rimangono sempre chiusi, non rappresenta un fattore di rischio. Essa presenta danni di lieve entità come una piccola lesione del telaio nella parte bassa di destra e infiltrazioni evidenti sul lato sinistro. La sala sembra non essere completamente isolata dall’ambiente esterno a causa dei danni a carico della finestra. Inoltre, come già detto, la sala confina a nord con l’ala dismessa dell’edificio alla quale si accedeva attraverso un passaggio ora tamponato con una parete di cartongesso che però non sigilla perfettamente l’apertura”.

L’altro fronte è poi quello dell’allestimento che dopo il crollo del 2005 dà tutta l’impressione d’essere un po’ raffazzonato. Scatole da esca per topi buttate là dove capita. Quadri schiaffati al muro a colpi di stop e tondino e con la base del telo per le proiezioni a poggiare su una cornice. Ci sono pure i cavi che penzolano come a San Pellegrino. Per non parlare delle crepe sui muri e delle didascalie alle opere che sembrano ritagliate a mano da un bambino delle elementari. La polvere poi, come gli stessi studenti hanno rilevato ovunque, è dappertutto. E la porta murata della sala IX non è di certo un bel vedere.

A proposito di allestimento, gli studenti si concentrano su una vetrina, tre pannelli espositivi, sei pannelli vincolati alle pareti, una mensola e un basamento della sala VIII e scrivono. “I primi tre pannelli espositivi sono ancorati al pavimento e alla grata metallica che è posizionata appena sotto al sistema di illuminazione generale della sala. Questi supporti sono concepiti per essere modulari e per poter essere spostati facilmente in funzione del tipo di esposizione richiesta. Si trovano al centro della stanza in posizioni sfalsate, e, come i display parietali, sono realizzati in legno compensato impiallacciato e verniciato”.

Infine la questione topi. In più punti del museo ci sono scatole da esca. Come se il problema legato alla loro presenza fosse non da poco. Una di queste è appoggiata a un’antica campana. Così. Come se niente fosse.

http://www.tusciaweb.eu/2020/11/topi-insetti-polvere-incuria-labbandono-del-museo-civico-viterbo/


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