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Vendere i beni culturali identitari è un atto contro la vita
Fabrizio Lemme
Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020

La strampalata proposta di vendita della «Gioconda» a 50 miliardi


C’è da chiedersi se il Covid-19 abbia tra gli effetti collaterali anche quello di annebbiare la ragione. Ho subito pensato alla celebre incisione in cui Goya allude alla follia, «Il sonno della ragione genera mostri», leggendo un’intervista a un oscuro «consulente digitale» (si definisce così ma che cosa significa?) parigino, del quale ometto il nome, in cui figura una bizzarra proposta: il Louvre, per far cassa in questo momento gramo di blocco degli afflussi turistici, dovrebbe mettere in vendita la sua opera più emblematica, «La Gioconda» di Leonardo, partendo da una base di 50 miliardi di dollari.

Lo sconosciuto fa anche delle riflessioni economiche: ci sarebbe sicuramente un acquirente, il proprietario di Amazon Jeff Bezos che per liberarsi della prima moglie ha recentemente speso poco di meno e che farebbe un investimento assai lucroso. Il dipinto, infatti, frutta alla Francia circa 3 miliardi di euro l’anno e quindi l’investitore potrebbe ricavarne (in che modo non è specificato!) l’eccellente reddito annuo del 6%.

Il proponente, bontà sua, precisa che l’opera non è provento di razzie napoleoniche ai danni dell’Italia o comunque bottino di guerra: infatti, alla morte di Leonardo (1519), Francesco I la acquistò da Gian Giacomo Caprotti, erede e allievo di Leonardo e dunque a titolo più che legittimo.

Quanto al fascino dell’opera, esso è certamente innegabile ed è legato alla sua storia: l’autore non se ne separò mai, la portò con sé in tutte le sue peregrinazioni, la considerò in perenne divenire, facendola oggetto di continui interventi e oggi la sua fama oscura qualsiasi altro dipinto esistente «in orbe terrarum». Non è un caso che la sala del Louvre ove è ospitata registri una perenne calca.

Quanto al suo acquisto da parte di Francesco I, vero atto di amore del sovrano per il genio italiano, nelle Vite Giorgio Vasari narra addirittura la leggenda che Leonardo sia morto tra le braccia del sovrano: leggenda in quanto Francesco I, il 2 maggio 1519, non era nel Castello di Cloux (Amboise), ove è morto Leonardo, ma presso la moglie Claudia (quella famosa regina Claudia da cui hanno tratto nome le prugne di colore verdastro), che aveva dato alla luce il suo secondogenito. Ma si sa: la storia, fino al secolo XVIII e a Voltaire, era considerata opus oratorium e lo storico poteva inventarsi discorsi o leggende per rendere più concreta e tangibile l’immagine di quel che era effettivamente accaduto.

La leggenda comunque sopravvisse a lungo, almeno fino al 1818, quando Jean-Auguste-Dominique Ingres eseguì il famoso dipinto «La morte di Leonardo tra le braccia di Francesco I», attualmente esposto nel Petit Palais di Parigi. Lo stesso giorno della proposta di vendere la «Gioconda», su «Il Sole 24 Ore» era apparso un articolo a firma di Giuditta Giardini, nel quale, con malcelata invidia, si narra che i musei americani avrebbero deciso di porre in vendita i loro fondi, sempre per far fronte al Coronavirus e al conseguente calo dei visitatori. Non è esplicitamente scritto ma sembra proprio che l’articolista, narrando l’esempio dei musei americani, intenda aggiungere: perché non fanno così anche i musei europei?

Ma che cosa c’è di tanto strampalato in queste proposte, esplicite («La Gioconda») o implicite (i musei americani), che ci ha indotto a iniziare questo intervento con la frase di Goya sul sonno della ragione? Probabilmente, né Giuditta Giardini né l’anonimo consulente digitale si sono posti il problema di che cosa siano nella nostra tradizione e nel nostro linguaggio, anche giuridico, i beni culturali.

Essi sono tutelati in quanto documento della nostra civiltà, della quale costituiscono la testimonianza più alta, spesso materiale ma a volte anche effimera e tuttavia imperitura (art. 1/2 e art. 2/3 D.Lgs. 42/04 o Codice dei beni culturali). Come è noto, il Codice Civile (art. 5) vieta atti di disposizione che abbiano a oggetto parti del proprio corpo. La vita è sacra in tutte le sue forme e, in quanto tale, è sottratta alla stessa disponibilità, al punto che vi sono ordinamenti giuridici nei quali è punito anche il tentato suicidio.

Il nostro ordinamento giuridico, fondato sul principio costituzionale di tassatività (art. 25/2 Cost.), non contempla nel catalogo chiuso dei reati il tentato suicidio ma punisce l’istigazione al suicidio (art. 580 c.p.). Se l’individuo non può disporre della propria vita, lo Stato, inteso anche in senso etico, non può disporre delle testimonianze che caratterizzano la civiltà e la storia del Paese.

Vendere «La Gioconda» significherebbe svendere la propria identità e la propria storia, al punto che non varrebbe la pena di proseguire la vita in un Paese privo dell’una e dell’altra. Vi immaginate un Louvre senza «Gioconda»? Vi immaginate un’Italia senza «I Prigioni» di Michelangelo? Privo di elementi identitari, il Paese non esisterebbe più né ci si potrebbe auspicare di viverci.

Mi spiace per il «consulente digitale» ma, se le sue consulenze sono pari alle sue proposte, vi sarebbe seriamente da dubitare sulla loro valenza e da invitarlo a cambiare mestiere. Solo il sonno della ragione può non giustificare ma far comprendere idee di tal fatta.

https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/vendere-i-beni-culturali-identitari-un-atto-contro-la-vita/133677.html


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