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Napoli. Salvo il giardino d’Avalos. Ma è quello di Vasto
Natascia Festa
Corriere del Mezzogiorno - Campania 31/7/2020

A proposito giardini storici, di profumate verzure esalanti amori del passato, qualcuno quest’estate potrà davvero rinfrancarsi all’ombra del Giardino napoletano di Palazzo d’Avalos. Non fatevi entusiasmare dal nome, ovviamente non si tratta di quello in via dei Mille, oggi della Vasto srl, ma dell’altro, quello di Vasto, un tempo core business della casata. Ieri, da queste pagine, la storica dell’arte Mimma Sardella denunciava il degrado del Boschetto delle camelie e il rischio che diventi parcheggio. Così abbiamo spostato lo sguardo neanche di tanto, fino al crociano Abruzzo dove s’incontra un esempio virtuoso di recupero e rifunzionalizzazione dell’altro Palazzo d’Avalos, quello del mar-chesato del Vasto, lasciato dal principe Francesco negli anni Settanta del Novecento.

Anche lì la dimora nobiliare non se la passò bene all’inizio, ma la storia ha avuto un lieto fine. Quando i d’Avalos rinunciarono alla dimora «di provincia», gli ambienti furono frazionati per ricavarne appartamenti e botteghe. Nel 1974 il Comune di Vasto concluse però l’acquisizione della quota d’Avalos e da allora partirono i lavori di restauro. Oggi Palazzo d’Avalos di Vasto — da dove qualcuno sostiene che provenga il teschio misterioso, donato dal principe Andrea all’Archivio di Stato di Napoli - ospita il Museo Archeologico, la Pinacoteca dei Palizzi e il Museo del Costume Antico.

Non solo. Sul sito si segnala in neretto la «spettacolare presenza del giardino napoletano». Il restauro, infatti, ne ha riportato alla luce l’impianto tardo settecentesco, ricostruito grazie a documenti e a foto degli inizi del ‘900.

Il suo pregio è quello del giardino Barocco: «Quadrati d’erba divisi da vialetti lastricati con mattoni, un pozzo centrale, alberi da frutto e piante ornamentali con essenze aromatiche, colonne intonacate con un pergolato su traverse di legno. All’ingresso e nei sedili in muratura maioliche napoletane». Eppure, dagli anni Novanta anche lo spettacolare Palazzo d’Avalos di Napoli con relativo giardino ha un progetto di restauro bello e pronto «giacente» in soprintendenza con tanto di approvazione. Non solo. Dagli inzio di luglio, come abbiamo raccontato ieri, allo stesso ente è stato consegnato un plico con piante, progetti, studi e saggi.

Li firma l’architetto Luigi Picone, oggi 83enne, ordinario di architettura e uomo chiave nella storia recentissima del Palazzo: «Ebbi l’incarico da Corrado Ferlaino - che aveva appena costituito con il principe Francesco la Vasto srl - di redigere il progetto di restauro. Lo realizzai dopo infiniti sopralluoghi, ma poi entrai in contrasto con l’ex presidente del Napoli: voleva realizzare un garage al posto dello storico Boschetto delle camelie». E lei? «Mi opposi fermamente: no io questo incarico non lo svolgo e a chiunque altro lo assegnerete mi opporrò duramente e pubblicamente. Tentai di dissuaderlo, lui si rivolse ad altri professionisti che fecero però un buco nell’acqua». L’antico proposito ritorna ora. «Sì, ho letto gli articoli del Corriere del Mezzogiorno e ho deciso di mettere a disposizione della soprintendenza i progetti compreso quello botanico per salvare il giardino con il ripristino dei viali: era un vero gioiello ma compromesso dai rovi e piante infestanti. Non oso pensare cosa sia diventato oggi. Ma so che le camelie continuano a sbocciare».

Macchina del tempo: ci faccia immaginare com’era. «Ha presente via Carducci? Ebbene il giardino ne ricopriva tutta l’area, estendendosi fino al mare. Poi negli anni Trenta i guastatori fascisti costruirono palazzi uno più insignificante dell’altro: che sfregio! Se fossero stati belli avremmo anche potuto perdonarli ma così... Sul versante di vico Vasto a Chiaia furono edificate cellule abitative molto singolari, a due piani con botteghe».

Infine: «Sono vecchio, ma ancora lavoro, sono presidente di commissione negli esami di Stato per architetti. Per decenni mi sono occupato di Palazzo d’Avalos, se posso essere utile sono qui: sarebbe una gioia saper di aver contribuito a salvare il giardino».



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