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Campania. Nuova normativa regionale allo studio: semplificare comporta rischi e distorsioni
Attilio Belli
Corriere del Mezzogiorno - Campania 11/1/2020

È difficile contenere il dibattito sulle scelte urbanistiche all’interno di confini sereni e di merito. Soprattutto in una società e in una democrazia sempre più emotive. Accenti retorici finiscono sovente per mescolarsi con un linguaggio aggressivo, semplificato, scorretto. In più, la comprensione di argomentazioni tecniche, già oscure per i non iniziati, finisce per arenarsi di fronte alla vaghezza di quei veri e propri mantra, quelle parole-valigia imperanti, come la rigenerazione urbana o come la qualità edilizia. Che invece, sviluppate adeguatamente, possono rappresentare la trama rigorosa del racconto e delle politiche urbanistiche. Impegno doveroso soprattutto nella nostra regione, dove le condizioni insediative, il consumo del suolo, i rischi sismici, vulcanici, idrogeologici hanno una consistenza molto rilevante, tale da richiedere effettivamente un’opera profonda di vera rigenerazione e di miglioramento della qualità edilizia. Ma come?

Da giorni in Campania il dibattito avviato su questi temi si presenta particolarmente intricato in riferimento al nuovo disegno di legge urbanistica regionale, per più motivi. C’è la difficoltà ad affrontare in modi coraggiosi — come già hanno fatto altre Regioni – il manifestarsi di fenomeni maligni quali i cambiamenti climatici, l’aggravarsi delle condizioni del territorio e dell’ambiente, il crescente consumo del suolo e le difficoltà a porlo sotto controllo, le inadeguatezze amministrative.

Ma le difficoltà sono accresciute anche dalla fase politica molto delicata per l’incombente rinnovo dell’amministrazione regionale e le svariate esigenze di misurarsi con il consenso sociale; per la conflittualità politica tra i diversi livelli amministrativi; perché si deve fare i conti con un’economia a dir poco in affanno, in deficit di politiche innovative per lo sviluppo e con un settore edilizio dal peso superiore a quello medio nazionale (l’8,7% del PIL regionale contro l’8,1% nazionale), soprattutto in termini occupazionali (il regionale 33,9% degli addetti nell’industria rispetto al 23,2% nazionale), un settore che nell’ultimo decennio ha sofferto una crisi rilevante. Diventa così più difficile sottrarsi alla suggestione del quand le bâtiment va tout va , confidando su una ripresa trainata dalle semplificazioni nell’impianto della pianificazione urbanistica a favore della regolamentazione edilizia e sul ricorso a premialità basate su una «rigenerazione» sorretta da incrementi dell’edilizia esistente per migliorarne la qualità.

Non è possibile in questa sede svolgere un esame adeguato del disegno di legge regionale, d’altronde in fase di discussione nelle sedi competenti. Avanzerò solo poche considerazioni. Anzitutto sullo spirito di semplificazione proposto. Si ha la sensazione che questo obiettivo, in sé opportuno, rischi di essere perseguito solo in parte, a prezzo di alcune distorsioni ed esiti imprevisti. Anzitutto la riconfigurazione degli strumenti di pianificazione individuata porta a una riduzione del carattere strategico nel piano strutturale e nel piano operativo a un’autonoma configurazione — affidata per lo più ai privati — delle aree di trasformazioni; inoltre le quote a standard (attrezzature, spazi aperti, eccetera) non reperite a causa dell’incremento dell’edificato vengono consentite previa monetizzazione, provocando così un impoverimento del tessuto urbano; e ancora la costruzione del territorio rischia di risultare disarticolata da parte del collage dei piani comunali, in quanto questi, obbligati ad essere redatti entro un anno, in assenza del Piano paesaggistico e di quello metropolitano, finiscono per essere approvati senza il quadro d’area vasta.

In più la debole collaborazione con la Città metropolitana e il Comune di Napoli rende difficile calibrare l’equilibrio tra competenze regionali e quelle della Città metropolitana che risultano compresse: rendendo facoltativo il Piano Operativo, unitamente alla diffida inviata a 470 comuni della Campania e al possibile commissariamento del Piano Urbanistico Comunale, si va a conferire alla Regione un ruolo strategico molto rilevante

Nel dibattito avviato hanno assunto particolare rilievo le forme delle premialità previste per accrescere la qualità dell’edilizia privata. Nel disegno di legge questo avviene consentendo incrementi di cubatura del 20% per operazioni di ristrutturazione edilizia e del 35% per interventi di demolizione e ricostruzione, fino al 50% con criteri stabiliti non dai piani ma dal Regolamento Urbanistico ed Edilizio. In più le incentivazioni previste per il sostegno alle politiche di rigenerazione appaiono indiscriminate, riferibili a qualunque area, comprese quelle a rischio vulcanico, sismico e idrogeologico. Al contrario sarebbe preferibile utilizzare, come avviene in altre regioni (Lombardia, Emilia-Romagna, Puglia), incentivi fiscali e premialità edificatorie più basse subordinati a una griglia di obblighi per i soggetti attuatori e a obiettivi sociali e ambientali da perseguire nel miglioramento della qualità edilizia e della rigenerazione urbana.

Ovviamente i problemi da discutere sono molto più numerosi. Vanno affrontati organizzando adeguatamente il dibattito pubblico, coinvolgendo almeno associazioni ambientalistiche, operatori economici, organizzazioni sindacali, università, ordini professionali, come indicato anche dalla Regione.



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