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Siena, 46 firme per una causa persa. Lassurda richiesta di avere le opere di Daniele da Volterra comprate dagli Uffizi
Roberto Barzanti
Corriere Fiorentino 8/1/2020

L acquisizione da parte degli Uffizi della Madonna col Bambino, san Giovannino e santa Barbara di Daniele Ricciarelli, noto come Daniele da Volterra, ha suscitato a Siena un vespaio. Il quadro era in mostra alla recente edizione della Biennale Internazionale dellAntiquariato nelle stanze di palazzo Corsini, sul lungarno che ne porta il nome a Firenze.

Erich Dieter Schmidt, attuando atti deliberativi del Cda della Galleria, del suo Comitato scientifico e dello stesso Mibact (Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo), ha concretizzato le procedure necessarie a definirne lacquisto, finanziato per una cifra sui due milioni di euro con risorse sia del Museo fiorentino sia, per un quarto, dalle casse romane.

Così la Madonna, eseguita attorno al 1548, troverà degna collocazione accanto allElia nel deserto (1543 circa), già acquistato dalla stessa galleria Benappi lanno precedente, e, insieme alla Strage degli innocenti (1557), sempre del bravo ma lentissimo a dire del Vasari volteranno, comporrà un magnifico trio, funzionalmente contestuale alla sezione dedicata a Michelangelo. Del quale Daniele fu stretto amico a collaboratore fedelissimo, al punto che ricevette dal pontefice Pio IV lincarico di censurare, in ossequio alle indicazioni promulgate dal Concilio di Trento, le figure più scandalosamente nude dellimmensa parete del Giudizio finale della Sistina. Improba fatica, interrotta (per fortuna) a causa della morte del Papa e del conseguente adattamento della cappella al conclave. E Daniele divenne famoso con il nomignolo di Braghettone, affibbiatogli per il complicato incarico ricevuto. Sia lo sfinito Elia che la soave Madonna sono stati da ultimo proprietà della famiglia senese dei conti Pannocchieschi dElci, nel cui palazzo erano tardivamente approdati nel 1888, per via matrimoniale, allorché un discendente dellartista, Guglielmo Ricciarelli, sposò una Laura Pannocchieschi. Prendendo le mosse da questo esile elemento cronologico alcuni senesi 46 per la cronaca hanno lanciato un appello per chiedere che le opere, finalmente visibili al pubblico, siano collocate, magari in generoso deposito, nella Pinacoteca Nazionale della città. E il sindaco De Mossi ha promesso di incontrarsi con Schmidt per dipanare la faccenda. Da parte di taluni non sono mancati toni spiacevolmente campanilistici: Quei dipinti sono nostri!. Eppure si dovrebbe tener conto che le battaglie prive di fondamenti giuridici e scientifici è meglio non ingaggiarle, perché rischiano di produrre solo lamentazioni vane e ridicole. Quanto al profilo storico-artistico chi ha lautorità e le competenze per lumeggiarlo fa osservare che lo stile di Daniele non ha alcun rapporto con quanto avveniva in Siena nel periodo in cui le discusse opere furono concepite. A dominare erano, piuttosto, il Sodoma e ancor più il Beccafumi.

Appare pertanto pretestuosa e di corto respiro la controversia suscitata. Più che Siena potrebbe vantare un qualche diritto culturale ad averli Volterra, considerando che le opere provengono direttamente dalla casa del pittore e sono pertanto quanto resta della sua collezione. Ma non è il caso di scatenare assurde lotte di campanile fra Comuni toscani. Una degna destinazione per i due splendidi dipinti è quella individuata, tanto più che lacquisizione si è resa possibile grazie agli introiti dei biglietti degli Uffizi. Il Mibact vi sta contribuendo si dice solo per un quarto dellintera cifra. La Soprintendenza di Siena ha fatto il suo dovere vincolando nel 1979 le due opere, indipendentemente luna dallaltra, impedendo dunque che fuoruscissero dal territorio nazionale. Un vincolo pertinenziale, che assicurasse cioè la permanenza in situ , non avrebbe avuto basi filologiche.

Chiarito il tema, rimane da spiegare perché si sia sollevato tanto rumore. Le polemiche a vuoto nascondono spesso questioni reali o cercano di farle dimenticare. Lo scandalo vero cui ribellarsi ma non se nè avuto sentore è stato aver inserito la Pinacoteca senese nellammucchiata dei 49 siti ricompresi nel cosiddetto Polo museale della Toscana. Le responsabilità di una tale degradazione sono molte e non certo imputabili al governo comunale insediatosi da poco più di un anno. Fatto è che per inammissibili ritardi, dispersione di risorse, dissensi ministeriali, mugugni sindacali, pigrizie politiche non è decollato il progetto di trasferimento e ristrutturazione della Pinacoteca Galleria (costretta e marginalizzata nei palazzi Brigidi e Buonsignori) messo a punto con lapporto di Cesare Brandi, Giovanni Previtali, Giuliano Briganti e caldeggiato dal Comune fino alle soglie del 2000. Ora è stato ripreso in mano e converrà riformularlo se persiste il rifiuto ministeriale di allocarvi la Pinacoteca almeno nelle sue articolazioni essenziali. Una commissione insediata dal Comune è al lavoro è cè da augurarsi che partorisca (o rispolveri) presto unidea che circola da anni: fare del Santa Maria della Scala una Fondazione che ospiti anche al suo interno, con debita convenzione, la Pinacoteca stessa e si qualifichi per la sua permanente offerta museale e quale centro culturale moderno, dotato dellautonomia indispensabile per farne soggetto internazionale in grado di produrre sistematicamente ricerche, scambi, programmi e prototipi di alto livello.

La collaborazione con gli Uffizi sarebbe certo un riferimento non incidentale. È su questo terreno che ci si deve misurare e non inseguendo farfalle. Viene in mente per metafora un passo del Vangelo di Luca (6, 42): togli la trave dal tuo occhio prima di curarti della pagliuzza che sta nellocchio del fratello. E qui neppure una pagliuzza è in gioco.



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