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Prosecco, colline a marchio Unesco. «Per il turismo boom a doppia cifra»
Mauro Pigozzo
Corriere del Veneto 9/7/2019

Una rincorsa lunga 11 anni
La tutela e i confini della «core zone»
Il piano e le norme urbanistiche
Le stime del Ciset sui prossimi 10 anni. Le guide turistiche fuori dal coro: «Solo business«

TREVISO. Si stima che in Azerbaijan ogni anno arrivino 35.000 bottiglie di vino dall’Italia. Non è chiaro quante di queste siano state bevute nello scorso week end. Di certo, non poche. Il brindisi ufficiale in ambasciata è durato a lungo, alla presenza della delegazione italiana capitanata dal governatore del Veneto Luca Zaia e delle autorità locali, tra cui il ministro locale all’Agricoltura che si è relazionato col suo omologo italiano, Gian Marco Centinaio. La festa è poi proseguita fino a notte fonda: le colline di Valdobbiadene e Conegliano sono ufficialmente protette dall’Unesco, è una svolta storica per il territorio.

Anche dal punto di vista economico. Per questo, in molti si stanno chiedendo in questi giorni cosa cambierà d’ora in avanti. Dal Consorzio di tutela del Prosecco Docg sono sicuri che aumenterà il valore dei terreni, così come la forbice del prezzo a bottiglia tra le bollicine di pianura (Doc) e quelle di collina (Docg). Ma stime precise in termini di valore dei terreni oggi sono impossibili: dipendono da troppi fattori, non ultimi gli investimenti che saranno fatti proprio a tutela del paesaggio.

«E in ogni caso non sarà un effetto immediato», puntualizza Innocente Nardi, presidente del Consorzio della Docg, alle prese in queste ore con il primo atto ufficiale da compiere: la costituzione dell’associazione che coordinerà e garantirà il piano di gestione del nuovo sito Unesco. Tale piano dovrà essere deliberato a breve dalla Regione e, salvo intoppi, dopo l’estate potrà essere operativo. L’Unesco ha rivisto i confini sulla base della decisione del World Heritage e di Icomos, e ora la core zone del sito (l’area a più alta intensità di protezione) è costituita da una superficie di 9.197,45 ettari sulle aree dorsali (70% a bosco e 30% a vigneto) dei comuni di Valdobbiadene, Vidor, Miane, Farra di Soligo, Pieve di Soligo, Follina, Cison di Valmarino, Refrontolo, San Pietro di Feletto, Tarzo e Vittorio Veneto, tutti in provincia di Treviso.

In compenso, ci sono già delle stime su cosa accadrà dal punto di vista turistico. Il Ciset (Centro internazionale di studi sull’economia turistica), analizzando i dati di crescita relativi ad altri siti Unesco, ha elaborato due ipotesi. Nella prima, definita «scenario cauto», si ipotizza un +12% di visitatori in 10 anni: +1% medio annuo di appassionati di vino nelle cantine; +1% medio annuo delle presenze, per effetto dell’aumento dei turisti e della permanenza media di una notte; +3% del fatturato derivante dalla spesa dei turisti; crescita di circa mezzo punto percentuale ogni anno del tasso di occupazione medio delle strutture ricettive.

Nello «scenario ottimistico», invece, si stima un +50% di visitatori in 10 anni: +4% nelle cantine; +3% medio annuo delle presenze, per effetto dell’aumento dei turisti e della permanenza media di 1 notte; +6% medio annuo del fatturato derivante dalla spesa dei turisti, grazie soprattutto alla crescita degli arrivi e delle presenze; crescita di circa 1,5 punti percentuali ogni anno del tasso di occupazione medio delle strutture ricettive.

I turisti dovrebbero arrivare in un territorio che, dal punto di vista paesaggistico, sarà protetto in ogni modo. Su richiesta dell’Unesco è stata predisposta, in seguito a un protocollo d’intesa tra Regione e Comuni, una norma urbanistica da introdurre nei Piani regolatori. La norma coinvolge i territori ricompresi nella core zone e quelli della buffer zone (l’area di protezione più ampia, che arriva fino a Conegliano, Susegana e San Vendemiano), oltre che i Comuni che spontaneamente hanno scelto di aderire al progetto e sono ricompresi nella cosiddetta commitment zone . «Le principali prescrizioni riguardano gli edifici esistenti d’interesse storico-architettonico – spiega ancora Nardi -, la viabilità interpoderale minore, le strutture agro-produttive e i vari interventi di ricomposizione fondiaria».

E mentre i tecnici si mettono al lavoro per attuare i piani, in Veneto si continua a gioire per il risultato. A cominciare dai produttori. Paolo e Giorgio Polegato di Astoria Vini ieri hanno diffuso una nota: «Oggi camminiamo tutti un po’ più fieri e più dritti – dicono - anche sulle quelle rive dove l’equilibrio è sempre precario: è l’orgoglio di “sentirsi” patrimonio dell’umanità. Una consapevolezza che porta con sé anche un nuovo senso di responsabilità per un qualcosa di unico e prezioso, da promuovere e al tempo stesso da salvaguardare». Ribadisce Giancarlo Moretti Polegato di Villa Sandi: «Il riconoscimento è uno stimolo a fare di più, e meglio, per tutelare e conservare questo territorio. Villa Sandi è stata tra le prime aziende ad aprire le porte delle proprie cantine ai visitatori, creando strutture ricettive volte a favorire il turismo del vino: questa designazione ci trova pronti ad accogliere il boom di visite che potrebbe esserci a breve».

Si festeggia anche a distanza, grazie ai produttori aderenti a Coldiretti. Un maxi-brindisi al Castello Sforzesco di Milano, con migliaia di partecipanti, ha salutato la notizia proveniente da Baku. «Si è trattato – dice il presidente della Coldiretti Ettore Prandini - di una grande levata di calici realizzata per salutare il raggiungimento dell’obiettivo, che era sfuggito nel luglio 2018». Anche la Camera di Commercio di Treviso e Belluno è intervenuta, con il presidente Mario Pozza: «Siamo orgogliosi di aver favorito sin dal principio il progetto: sia assicurando un importante stanziamento economico, sia lavorando attivamente nel board di governo della candidatura e nei gruppi di lavoro tecnici».

Nel tripudio generale, però, ieri si è alzata anche una voce fuori dal coro. Quella della referente veneta dell’associazione Guide turistiche d’Italia (Gti), Silvia Graziani: «Si tratta di una mera operazione di business, che nella migliore delle ipotesi ha a che fare col commercio, non certo con lo sviluppo sostenibile. Il territorio, grazie a questa consacrazione, ora rischia addirittura di subire dei danni».



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