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Venezia. Il Mose tira in ballo anche New Orleans
Alberto Viticci
la Nuova Venezia, 6/9/2005

Nuovo battibecco sul progetto contestato tra il governatore e il sindaco

Galan: «Affondiamo anche qui». Cacciati: «Con le dighe rischio tsunami»
«Il Mose è un'opera obsoleta, inutile e costosa, di grande impatto ambientale, che esporrebbe la città a un rischio altissimo. Insistere su un mostro simile rivela la cecità di Galan e della Casa delle Libertà, interessati più all'aspetto ideologico e mediatico delle megaopere che alla loro effettiva utilità».
«Qualcuno vuol riaprire la questione del Mose. Attenti, perché c'è il rischio di spendere molti soldi per una cosa e poi lasciarla a metà. Si rischia di perdere i soldi finora spesi, e rimanere senza il Mose e anche senza le alternative. Se si decide di fare una cosa, bisogna farla presto e bene».
«Il Mose ucciderà il porto. E Venezia non può permettersi di perdere il suo porto. Esistono soluzioni alternative meno costose per difendere la città dalle acque alte. Con una nuova stazione marittima galleggiante a Punta Sabbioni si potrebbero rialzare i fondali e dunque ridurre la marea».


LIDO. Cosa c'entra la tragedia di New Orleans con le polemiche sul Mose? Probabilmente nulla, ma il presidente del Veneto Giancarlo Galan non perde l'occasione per far polemica. E rilancia alle agenzie un articoletto del Riformista. «Venezia senza il Mose finirà come New Orleans».
Gli risponde secco il sindaco Massimo Cacciari: «Se vogliamo fare la gara a chi è più scemo... beh, allora, battuta per battuta, l'unico rischio che Venezia può correre per far la fine di New Orleans sarebbe proprio con le dighe alzate: se il Mose dovesse cedere, a Venezia ci sarebbe lo tsunami». Per i Verdi si tratta invece di uno «sconcertante sciacallaggio». «E' il Veneto dal territorio dissestato governato da Galan che è a rischio New Orleans, anche se in scala ridotta», dice il consigliere regionale Gianfranco Bettin, «vi ricordate cosa è successo a Treviso il 27 agosto?».
Gli ambientalisti ricordano come il Mose sia «un ferrovecchio pericoloso», e ci siano altri sistemi più sicuri e meno
impattanti per difendere la città dalle maree. E come in realtà New Orleans, che sta cinque metri sotto il livello dei laghi, sia stata allagata non per la marea ma perché ha ceduto l'argine di una diga. «Perché invece la destra non comincia a rispettare il protocollo di Kyoto per limitare i gas serra che cambiano il clima del pianeta?»
Galan insiste. Accusa Pecoraro e Cacciari di essere «un doppio uragano che minaccia Venezia», il Comune di avere avuto in questi anni 2 mila miliardi da spendere, e la sinistra di aver «sfruttato le maree per farsi dare soldi dal governo». Cacciari tira dritto: «Sono stufo di perdere il mio tempo per rispondere a Galan. Che dovrebbe sapere che il Comune i suoi soldi li ha spesi per i restauri della città, mentre la Regione quelli del disinquinamento li ha ancora nel cassetto».
Il duello prosegue sullo scenario prossimo venturo. Cacciari annuncia un «dibattito finalmente trasparente sull'utilità della grande opera e sulle alternative possibili, e sul fatto che il nuovo governo, qualunque esso sia, dovrà riconsiderare il progetto Mose, non fosse altro per i finanziamenti».
Si scalda il clima politico in vista della ripresa dell'attività. Stamattina alle 10 le due commissioni consiliari (presiedute da Valerio Lastrucci e Paolino D'Anna, entrambi della Margherita), discuteranno sul progetto alternativo presentato dalla Ekosystem di Fernando De Simone. Dighe fisse e retrattili come quelle già costruite a Rotterdam. Più sicure e meno costose del Mose. La battaglia si svolge anche sul fronte dei mass media. Alla Mostra del Cinema le associazioni ambientaliste hanno distribuito volantini contro la «grande opera inutile e dannosa», ed esposto grandi striscioni «No Mose» a Ca' Foscari durante la Regata Storica. Da qualche giorno sono comparsi anche gli «ambientalisti» del Forum, che distribuiscono volantini a colori che invitano ad andare avanti col Mose. Ma il Comune punta al dibattito pubblico. E soprattutto a riprendersi un ruolo attivo sul fronte della salvaguardia.



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