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Napoli. Politica e Vele, le ruspenonbastano
Paolo Macry
Corriere del Mezzogiorno - Campania 15/5/2019

Strana città, Napoli. In questi giorni, sembra festeggiare una svolta storica. Un Evento (con la maiuscola) sbandierato dal sindaco come la vittoria della giustizia contro la camorra o, non meno irrealisticamente, la conquista dello scudetto. Napoli (dice de Magistris) fa sul serio, guadagna credibilità, attira investimenti. E uno pensa che stia parlando dellarrivo di qualche fondo sovrano arabo, della realizzazione dei grandi progetti, di Bagnoli, della Tav per Bari. No. Nulla di tutto ciò. LEvento storico consiste nellapertura del cantiere che, a giugno, dovrebbe portare allabbattimento di una delle Vele di Scampia. Strana città, Napoli. LEvento di cui oggi ci si gloria è, in realtà, la certificazione di un fallimento. Questo sì, un fallimento storico.Costruite nel 1962-1975, le Vele erano allinizio sette, architettonicamente ambiziose, belle da vedersi, citavano Le Corbusier, proponevano unidea innovativa di comunità urbana, milleduecento abitazioni, altrettante famiglie che avrebbero dovuto trovare nelle forme dense di quei grandi edifici il terreno di relazioni egualmente dense. Ma fu un radicale fallimento. Le attrezzature collettive non vennero mai realizzate, la scarsa manutenzione dequalificò presto lintero quartiere, il controllo dello Stato fu nullo, le occupazioni abusive si moltiplicarono, la stessa vicinanza suggerita alle famiglie dal groviglio architettonico si rivelò una trappola, unastrazione intellettuale.

La comunità emerse con grande difficoltà o non emerse affatto, mentre Scampia diventò terreno ideale per linfiltrazione del crimine. Una grande piazza di spaccio. La location di pellicole e serie tv sulla camorra.

Già sul finire degli anni 80, scartate le ipotesi di riqualificazione e riuso, si decise che per quellarchitettura visionaria diventata incubo sociale lunica soluzione fosse raderla al suolo. Ma anche questo, per ironia della sorte, si rivelò un fallimento. Una prima Vela fu abbattuta solo nel 1998, unaltra nel 2000, un terza nel 2003. Oggi si mette in cantiere la distruzione della quarta e si promette la distruzione (chissà quando) della quinta e della sesta. Se tutto va bene, cioè, ci saranno voluti trentanni per liberarsi dalle Vele, quando ne erano bastati poco più di dieci per costruirle. E saranno state spese somme ingenti: lattuale finanziamento, lultimo della serie, si avvicina ai trenta milioni di euro. Da queste parti, verrebbe da dire, il tempo e il denaro non contano.

Ciò nonostante, la fine delle Vele è stata salutata con toni trionfalistici, come fosse il varo di un superbo bastimento, prima da Antonio Bassolino, poi da Rosa Iervolino, ora da Luigi de Magistris. Quasi che, demolendo il frutto di imperdonabili errori progettuali e politici, Napoli si affrancasse, se non dalla camorra sanguinaria dei Di Lauro, dallimmagine fastidiosa della Gomorra di Saviano. Quasi bastassero le ruspe e la dinamite per rimuovere quellintreccio esemplare di defaillance pubbliche e vizi privati che è Scampia, fino a trasformare impudicamente la storia amarissima delle Vele in un paradossale motivo di orgoglio. Ma Napoli, si sa, è una città strana.



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