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Benevento. Restaurato l'Hortus di Paladino
VINCENZO TRIONE
01/09/2005 Il Mattino

La seconda vita dell'orto di Paladino


SI ACCEDE A un tempio del silenzio. Arcaico e modernissimo tra presenze misteriose. Maschere, scudi, piatti, animali striscianti. Detriti di un monde oscuro. Si entra in un recinto d: pause e di meditazioni. Parentesi di sospensioni. Tracce disseminate in un territorio articolato. Emblemi riconoscibili immessi in un contesto fortemente simbolico.

Benevento. L'Orto di San Domenico diviene, quasi per incanto, un Hortus Conclusus, sfiorato da incroci tra ragioni e tensioni diverse. Realismo e astrazione, lentezza e impeto. L'apertura di questa sorta di cittadella risale al 1991.

«È stato uno dei miei primi approcci all'architettura» ricorda oggi Mimmo Paladino, che, nell'occasione, lavorò in collaborazione con Roberto Serino.

«Operammo in sintonia, provando a far emergere la sincronia tra spazio esterno, paesaggio e immagine. Il nostro obiettivo fu quello di recuperare l'antica destinazione dell'Orto di San Domenico, che, originariamente, era un recinto dove si ritrovavano i monaci».

Sono trascorsi molti anni.
L'Hortus ha vissuto fasi di degrado e di abbandono. «È stato usato male, sottoposto a vandalismi, che lo hanno reso come un accampamento». A distanza di 14 anni, Paladino ha seguito la varie fasi del restauro. «E stato effettuato un ripristino di tipo filologico, per riportare l'Hortus ai suoi iniziali splendori. È stato ripensato il giardino. Lievi i cambiamenti. I colori dei muri, per esempio.

Spostamenti dettati da una sensibilità diversa». Al suo interno, è stato collocato un chiosco di Alessandro Mendini. Un piccolo bar. Una minima torre a pianta ottagonale, dal sapore medievale, decorata con un pattern a scacchiera.
Questo episodio rientra nelle manifestazioni previste per la XXVI edizione di Benevento città spettacolo, intitolata «Lingue taglienti, lingue avvelenate», diretta da Ruggero Cappuccio. Non solo una rassegna teatrale. Ma una difficile scommessa. Trasformare Benevento in un laboratorio di voci - legate alla letteratura, alla poesia, alla musica e all'arte -, che si richiamano di continuo alla «dimensione» teatrale. Un'officina di espressioni, dislocate tra strade e piazze. «Cappuccio ha scelto di far tornare il festival alle sue origini» dice Paladino, il quale sottolinea come, oggi, si avverta, con intensità sempre maggiore, il desiderio di porre in dialogo le varie arti.

Pittura, scultura e teatro non si pongono più in continenti separati.
Hanno molti aspetti in comune. Nella differenza, si incontrano. Sono artifici, pei suggerire finzioni, per delineare universi possibili. Allontanane dal mondo in cui si svolge la nostra esistenza, per condurre in un «altrove» seduttivo. «Pittori, musicisti e architetti si ritrovano nel corpo della città» afferma Paladino, da sempre sensibile agli sconfinamenti e alla confluenza tra i codici. «Cambia solo la scala. Il problema del segno è sempre lo stesso. Per me, non esiste differenza tra uno schizzo e un'architettura. Mi considero un pittore che vuole modificare l'architettura in un luogo per riflettere, per sognare».
Ma torniamo a Benevento città spettacolo. Ci troviamo dinanzi a un catalogo di gesti, di cifre, di eventi. Un sillabario di scritture contemporanee, che si sottrae a mode, recuperando il valore della memoria, il gusto per il «desueto», per l’atemporale». Un modello, da adottare anche in altri contesti (a Napoli?), forse. «È difficile. C'è maggiore disponibilità verso l'inedito e lo sperimentale in provincia che in città» secondo Paladino, il quale, nei prossimi mesi, terrà una mostra al Museo di Capodimonte, con opere inedite, dedicate alla figura di Don Chisciotte.
Benevento città spettacolo si definisce come uno spazio di sperimentazione, che ospita anche una sezione di arti visive, curata da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni, i quali hanno compiuto scelte in linea con lo spirito «performativo» della manifestazione. Hanno invitato tre artisti (Alessandro Mendini, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto) e 0 gruppo americano Providence (formato da Joshua Abelow, Sebastian Black, Isca Greenfield-Sanders, Kevin Hooyman, Pali Kashi, Shana Lutker, Leah Tinari). Un coro di personalità attente alla sfera ambientale e alle possibilità del confronto tra «media» diversi, in possesso di una segreta tensione urbana.
Sono state scelte opere non solo da vedere, ma soprattutto da percorrere, da abitare. Dotate di una profonda forza architettonica. Non semplici «oggetti», ma installazioni da vivere. Palchi che, di giorno, possono essere fruiti come opere d'arte; mentre, di sera, diventano scenografie. Costruzioni che si sono trasformate in episodi effimeri, simili a provvisori inciampi visivi.
Ecco, allora, Mendini, autore di un eccentrico e colorato chiosco, che riprende forme ottocentesche. Pistoletto, creatore di un'ossessiva sequenza di specchi, tra spigoli e angoli, aperture e chiusure inattese. Una successione di porte che non possono essere attraversate. Ed ecco il tendone mobile dei Providence. Questi i paragrafi di un libro di giochi, di racconti, di invenzioni. «Love difference» ama ripetere Pistoletto. Un'affermazione che racchiude il significato di questa avventura di «lingue taglienti», di «lingue avvelenate».



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