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Il fotovoltaico non può seppellire le campagne
Vittorio Emiliani
Emergenza Cultura, 14/03/2019

Bisogna utilizzare le aree industriali, attive o dismesse.
Bocciato il maxi-impianto di Pian di Vico, Tuscania.


C’è qualcosa che si pianifichi seriamente in Italia? A livello pubblico proprio no, e comunque sempre di meno. E’ in atto un dibattito su realtà e prospettive delle energie rinnovabili di tipo nuovo soprattutto eolico e solare. L’eolico è proliferato ovunque sui crinali appenninici anche dove il vento era scarso, con società precarie o sospette che offrivano bocconi importanti a Comuni poveri. Risultato: titolari di società spesso in galera, pale eoliche ferme, paesaggio e assetto idrogeologico scassati.

Eppure le carte del vento del Club Alpino Italiano (CAI) segnalavano che la ventosità in Italia è metà di quella centro e nord-europea ed è sufficiente in Puglia (riempita di pale eoliche prima del Piano paesaggistico), nel sud della Sardegna e nel nord della Sicilia. Sia pure con notevoli variazioni, l’Italia è decisamente più adatta al fotovoltaico che sta crescendo ma disordinatamente. Molto per l’autoconsumo delle famiglie che hanno installato pannelli fotovoltaici. Non c’è una politica che investa i quartieri urbani, del Sud anzitutto, per ogni sorta di uso energetico. Nei centri storici si può usarlo e però “nascondendo” il più possibile i pannelli. Il fotovoltaico sta purtroppo portando alla copertura speculativa di centinaia di ettari di campagna coltivata in zone paesaggistiche e quindi anche turistiche molto pregevoli. Le polemiche più recenti riguardano il Viterbese, in specie la maxi-centrale di Pian di Vico presso la splendida Tuscania. Ambientalisti e naturalisti sono insorti, insieme a Slow Food contro lo snaturamento di quelle ricchezze naturali e storiche. E stavolta il Ministero per i Beni Culturali ha detto (proprio ieri) di no al maxi-fotovoltaico viterbese. Ma incombono altri mega-impianti a Tuscania, Tarquinia e Viterbo. Dunque non si può procedere caso per caso. Occorre pianificare.

Gli impianti solari e anche quelli eolici (dove c’è vento sufficiente) possono sorgere nelle aree portuali e industriali, attive o dismesse. A Porto Torres ENI New Energy ha avviato la costruzione di un impianto fotovoltaico all’interno di quell’area sassarese per una produzione annuale di 51 GWh che sarà consumata al 79 % dalle imprese locali evitando così l’emissione di circa 26.000 tonnellate/anno di CO2. E’ un esempio nella giusta direzione? Credo di sì.

Ora, si è calcolato che il totale delle aree ex industriali, di capannoni e altri fabbricati utilizzabili per un fotovoltaico pianificato copra un territorio pari al 7 % dell’Italia, una regione grande quanto l’Umbria. Non distribuita in modo uniforme, ma suscettibile di venire pianificata salvando sia un paesaggio ricco di centri storici, torri, castelli, pievi, sia l’agricoltura qualificata. Ma ci vuole una legge-quadro nazionale. Le singole Regioni procedono in ordine sparso. Soltanto tre (Puglia, Toscana, Piemonte) hanno co-pianificato col Mibac quei piani fondamentali per avere energia pulita senza “suicidare” paesaggi e agricoltura, risorse non meno strategiche.

https://emergenzacultura.org/2019/03/14/vittorio-emiliani-il-fotovoltaico-non-puo-seppellire-le-campagne/


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