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Eccezionale scoperta archeologica in Maremma, trovate le "terme" di Neanderthal e elefanti
La Nazione - Grosseto 3/1/2019

Ai piedi dell'altura di Poggetti Vecchi un ambiente termale risalente a 170mila anni fa.

Grosseto - In età paleolitica, oltre 170mila anni fa, nella Maremma toscana, ai piedi della modesta altura di Poggetti Vecchi, che emerge dalla pianura a nord di Grosseto fra i monti di Vetulonia da una parte e il colle di Roselle dall'altra, era attivo e frequentato un piacevole ambiente termale dove elefanti e Neanderthaliani trovarono un'oasi per rifugiarsi nel momento in cui la morsa della penultima era glaciale cominciava a farsi sentire.

La straordinaria scoperta preistorica in un bacino di acque termali è annunciata, come anticipa l'AdnKronos, in esclusiva sul nuovo numero della rivista Archeologia Viva (Giunti editore) in edicola, diretta da Pietro Pruneti.

Autrici della ricostruzione scientifica sono Biancamaria Aranguren, ex funzionaria della Soprintendenza Archeologica per le province di Siena e Grosseto, Silvia Florindi e Anna Revedin, entrambe archeologhe dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze.

L'eccezionalità della scoperta risiede anche nel fatto che Poggetti Vecchi è uno dei pochi siti archeo-paleontologici in Europa che documentano il passaggio dal Pleistocene medio al Pleistocene recente. Lo studio dei resti di piante e animali ritrovati nel sito, a partire dalla scoperta casuale nel 2012 e dai successivi scavi, ha permesso di capire che, intorno a 170mila anni fa, l'ambiente naturale era caratterizzato da ampie radure erbose interrotte da acquitrini di acqua dolce, che si estendevano fino alle pendici delle colline circostanti, coperte da boschi a prevalenza di querce e frassini.

Fra le ossa ritrovate dominano quelle di Palaeloxodon antiquus, un elefante estinto di grandi dimensioni, seguite da quelle di uro (Bos primigenius), cervo rosso (Cervus elaphus) e capriolo (Capreolus capreolus). I resti di elefante del livello archeologico più basso e quindi più antico, formatosi prima di 170.000 anni fa, appartenevano a sette individui, probabilmente un'unica famiglia, morta per cause naturali. L'ipotesi più plausibile è che gli elefanti avessero cercato rifugio nell'area termale per difendersi dall'inasprimento del clima, ma che siano poi morti di inedia, quando il cibo in questa piccola area si esaurì.

Non erano solo gli animali a frequentare la piccola conca delle terme di Poggetti Vecchi: tracce di presenza umana sono state rinvenute in vari livelli. Ma in particolare, nello strato archeologico più ricco, sono stati trovati alcuni strumenti in osso e tanti strumenti in pietra: circa duecentocinquanta manufatti realizzati su ciottoli, tutti raccolti nelle vicinanze. Si tratta di nuclei e schegge lavorate, con tracce di utilizzo per la macellazione e per la lavorazione del legno. La cosa più incredibile, spiegano Biancamaria Aranguren, Silvia Florindi e Anna Revedin, è stata ritrovare anche dei manufatti in legno, forse realizzati con quegli stessi strumenti in pietra. Chi erano dunque gli uomini che produssero e utilizzarono questi oggetti? L'aspetto dei manufatti di pietra è piuttosto arcaico, ma non permette l'attribuzione immediata a una specifica fase del Paleolitico. Solo grazie allo studio del contesto e alle datazioni si è giunti alla certezza che i primi frequentatori delle terme di Poggetti Vecchi fossero dei Neanderthaliani antichi.

Tra le ossa di elefante, nello scavo di Poggetti Vecchi sono stati recuperati circa cinquanta frammenti di legno, intrisi di quella stessa acqua termale che li ha conservati fino ad oggi. Un primo studio sui legni si è da poco concluso, svolto in collaborazione fra Soprintendenza e Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. I manufatti identificati sono trentaquattro, tutti in legno di bosso (Buxus sp.), una specie selezionata per la sua particolare durezza e compattezza, che i frequentatori neandertaliani del sito potevano trovare sulle vicine formazioni collinari, come ha rivelato lo studio dei pollini fossili. Si tratta di bastoni lunghi più di un metro con chiare tracce di intervento umano, ad esempio la rimozione della corteccia e dei rami laterali; in particolare sono lavorate le estremità: la parte più spessa è arrotondata a formare un'impugnatura, la parte più sottile a formare una punta smussata. Qualcosa di molto simile ai cosiddetti digging stick, i "bastoni da scavo" multiuso che ancora fanno parte dell'equipaggiamento delle residue popolazioni di cacciatori-raccoglitori, tradizionalmente usati dalle donne per recuperare radici, tuberi e altri prodotti spontanei, ma anche per cacciare piccole prede. Alcuni di questi bastoni erano in parte anneriti: l'annerimento è attribuibile all'uso del fuoco. Inoltre, molti elementi, fra cui la localizzazione e la superficialità delle bruciature sui manufatti, fanno pensare non solo a un'intenzionalità, ma addirittura a un sapiente controllo del fuoco al momento della lavorazione.

https://www.lanazione.it/grosseto/cronaca/archeologia-terme-maremma-1.4373508


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