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Economia e beni culturali. Parla Guido Guerzoni, docente alla Bocconi, che da anni fa vacanze nei trulli.
Paola Damiani
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, 28-AGO-2005





Impariamo l'arte di pensare in grande. Castelli e monumenti di Puglia: metterli in rete non basta a valorizzarli

Economia dei beni culturali, economia della cultura, marketing culturale, sono temi su cui vivo il dibattito in Italia. Musei, chiese, palazzi, aree archeologiche ospitano mostre d'arte, eventi teatrali, concerti, attirando sempre pi il pubblico nazionale ed internazionale. Luoghi che non sono pi solo spazi da contemplare, ma che diventano depositi di energie da impiegare.
La domanda di turismo culturale in continuo aumento e si offre come una nuova opportunit di sviluppo anche in prospettiva di un flusso di visitatori che non si limiti al periodo estivo, come accade nelle nostre regioni. Sono necessarie politiche mirate, capacit progettuali, investimenti. Ancora timidi i tentativi in Puglia e Basilicata nonostante le grandi potenzialit del territorio.
Ne parliamo con Guido Guerzoni, docente di Economia e gestione dei beni e delle istituzioni culturali nell'universit Bocconi di Milano, che ha collaborato, tra le altre, con la Soprintendenza di Pompei, la Fondazione Zeri, il FAI, la Biennale di Venezia, la Fondazione Corriere della Sera. Lo intercettiamo in un trullo nelle campagne di Locorotondo dove da anni trascorre le vacanze.
Professor Guerzoni, l'estate volge al termine, si fanno i primi bilanci con relative polemiche sul calo dei turisti balneari. La risorsa da sfruttare - si sostiene da pi part - il turismo non stagionale, il che significherebbe puntare anche sul turismo culturale. Si solleva cos il tema dei beni culturali come risorsa economica.
Personalmente mi sono occupato soprattutto di valorizzazione dei beni culturali, espressione che purtroppo ha assunto negli ultimi anni, soprattutto per le disinvolte interpretazioni del ministro Tremonti, connotazioni spesso negative. In realt sono fermamente convinto che sia possibile sviluppare politiche che coniughino in modo rispettoso tutela, gestione e valorizzazione. Non si pu valorizzare senza conoscere, non si pu gestire senza tutelare. Solo accogliendo questa premessa si possono sviluppare piani di valorizzazione economica dei beni culturali in grado di creare reddito e occupazione e di contenere la migrazione intellettuale.
In Puglia si tentato di creare reti, itinerari tra castelli e monumenti, ma con scarsi risultati. Problemi di comunicazione e di qualit delle infrastrutture o forse l'idea in s che non funziona?
L'idea pu funzionare solo se vengono perseguite scale e masse critiche consistenti, con investimenti all'altezza delle ambizioni e dei risultati desiderati, come ad esempio sta facendo Arcus S.p.a. (societ costituita dai due ministeri dei Beni culturali e delle Infrastrutture) con i progetti di sviluppo dei Bacini Culturali; da questo punto di vista le esperienze italiane pregresse hanno patito la sotto-capitalizzazione delle iniziative, mentre - paradossalmente - l'elevatissima densit di beni culturali impedisce la formazione di autentici poli di attrazione. Peraltro rimango fermamente convinto che il recente successo presso il pubblico internazionale dei cosiddetti "Itriashire" e "Salentoshire" sia dovuto alla presenza dei voli low cost.
Nei monumenti una via di rivitalizzazione l'allestimento di mostre d'arte moderna e contemporanea, puntando anche sul rapporto dialettico con l'ambiente. Come giudica questa opportunit di corto circuito tra passato e presente?
Pi che positivamente, considerando altres la carenza nel Mezzogiorno e segnatamente in Puglia (basti pensare alle recenti inaugurazioni campane e siciliane) di spazi espositivi permanenti dedicati all'arte contemporanea.
Prende piede anche qui la consapevolezza che i musei debbano offrire una rete di servizi. Dai tradizionali bookshop al merchandising. Per l'affidamento ai privati non ha funzionato: troppo pochi i visitatori per una economia di gestione. Ma non un circolo vizioso?
S, perch si pensava, in modo piuttosto ingenuo, che i servizi al pubblico potessero garantire fatturati assai pi consistenti. In realt, salvo rari casi, questi servizi generano profitti in presenza di masse di visitatori piuttosto consistenti, stimati nell'ordine di 150.000-200.000. Sono numeri che pochissime istituzioni culturali italiane possono vantare, ragion per cui, negli altri casi, bisogna pensare a progetti collegati a piani organici di riqualificazione urbanistica. Attendersi performance finanziarie straordinarie privo di senso. I beni culturali non sono n petrolio n un albero della cuccagna. Bisogna investire davvero e gestire con grande attenzione.
C' un problema di risorse per gli Enti locali, non si destinano fondi sufficienti alla cultura. Si parla di sponsor, ma al Sud e in particolare in Puglia sembra non ci siano. Come si possono affrontare i costi di mostre di grande richiamo?
Di sponsor privati, complice la delicata fase congiunturale, ce ne sono sempre pochi, mentre le mostre di grande richiamo hanno raggiunto costi che superano i 7-8 milioni di euro di budget, cifre non sempre giustificabili. Ritengo che il modello vincente di questi ultimi anni siano state le mostre di medie dimensioni e di grande qualit, allestite da alcune Soprintendenze, finch hanno avuto le risorse per poterlo fare. Penso alle mostre su Parmigianino a Parma, sulle Wunderkammern siciliane, alle mostre marchigiane, umbre o senesi: serie ricerche su talenti locali, legati a specifici territori. L'esatto contrario delle pessime serie di impressionisti di terza linea propinate in diverse citt: molto meglio allora accordi di coproduzione e codistribuzione di mostre itineranti che portano a un significativo abbattimento dei costi a fronte di un eccellente livello qualitativo.
A proposito di sponsor. Ci sono oggi e chi sono, se esistono, i nuovi mecenati?
Oltre alle fondazioni di origine bancaria e a poche grandi imprese, la situazione italiana si caratterizza per un elevato numero di micro sponsor attivi a livello prevalentemente locale, per somme di ridotta entit. La sfida del futuro consiste nell'individuare forme di collaborazione meno episodiche della sponsorizzazione (penso ai partenariati di lungo periodo inglesi o tedeschi, al mecenatismo delle competenze francese, agli endowment funds americani) e nel riuscire a coinvolgere in termini pi strategici le imprese di piccole-medie dimensioni.



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