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Siracusa, lavori contestati. Ruspe e bar nel castello
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 30/6/2018

«Chieda l’accesso agli atti! Faccia un esame autoptico!». Decisissima a difendere il suo via libera alla costruzione di un bar-ristorante nella grandiosa piazza d’Armi del Castello Maniace, la soprintendente di Siracusa Rosalba Panvini s’infervora fino a concedersi licenze poetiche .

No, non serve ancora l’«autopsia» per il maniero duecentesco voluto da Federico II: è vivo. E bellissimo. Ma certo la nuova struttura turistica, tirata su subito a destra dopo l’accesso alla piazza, là dove si spalancava il mare azzurro del Porto Grande, rischia di essere un pugno nell’occhio per quanti amano l’arte, l’architettura, l’ambiente.

Dice la soprintendente che il terreno non è Demanio regionale siciliano ma dell’Agenzia del Demanio dello Stato ed è questa ad aver bandito «per contro proprio» la gara per la «valorizzazione della ex piazza d’armi», che lì «da anni facevano d’estate feste di ogni genere con strutture provvisorie orrende e più grandi e c’erano perfino le bancarelle e il dancing!» e «allora nessuno si lagnava tanto» e lei non poteva «mettersi di traverso» al progetto perché «tutte le leggi sono state rispettate» e poi: «Vogliamo impedire l’uso temporaneo di quello spazio? Tutti i musei e i siti archeologici del mondo hanno una caffetteria e un luogo dove i visitatori possono ristorarsi. Qui no?».

Il sindaco Francesco Italia, appena eletto da uno schieramento di centrosinistra allargato a liste civiche e ambientaliste (già a disagio), spiega e rispiega che lui da anni, fin da quando era «vice», si batte perché la Piazza d’armi, aperta ai cittadini e ai turisti solo negli orari d’apertura del castello, venga finalmente spalancata a tutti. E che non capisce perché tanti dubbi, soprattutto dopo gli attacchi di Italia Nostra («Tra breve il nuovo mostro sarà già servito. E noi siracusani “babbi” continuiamo a ingoiare») per una struttura che è «amovibile, leggera e solo appoggiata su una base di cemento, che non ha fondamenta e per la quale, quindi, non sono stati effettuati scavi. E oltre a ciò non ostruisce la vista del mare». Insomma, ha detto a siracusapost.it , «sono state rispettate tutte le regole dall’affidamento attraverso bando pubblico da parte del Demanio, come dimostra il placet della Sovrintendenza» e «l’intervento di riqualificazione consentirà ai siracusani di riappropriarsi di uno spazio di socialità con nuove panchine, aiuole curate, orto didattico…».

Ma è davvero così? Per carità, ogni cantiere è brutto finché i lavori non sono finiti. L’impatto delle foto fatte più o meno di nascosto da chi contesta il nuovo impianto, dai siracusani di centrodestra a quegli ambientalisti da anni più attenti ai ripetuti tentativi di stupro nelle zone di pregio, tolgono però il fiato.

Per cominciare: si è mai vista una struttura provvisoria destinata a restare sul posto per almeno dodici anni, tanto più in un Paese come il nostro dove il ponte dell’Accademia a Venezia (e citiamo un caso positivo) fu costruito in 37 giorni e aperto provvisoriamente a metà febbraio del 1933 e sta ancora lì al suo posto dopo oltre 85 anni? Una «caffetteria temporanea» che come costo iniziale (poi vedremo…) parte con le aiuole e il resto da 267.000 euro?

Dicono: la piattaforma è appoggiata sul terreno, senza scavi, pronta per essere rimossa come prevede la legge regionale che parla di opere «realizzate in modo tale da essere suscettibili di facile rimozione». Le foto, però, dicono che sul terreno han lavorato le ruspe. Potevano farlo? Sì, ma a due condizioni: 1) che prima fossero fatti dei sondaggi preventivi per avere la certezza di non far danni in un’area delicatissima come l’Ortigia, 2) che fossero sempre presenti ai lavori degli archeologi. Bene: nessuna delle due condizioni sarebbe stata rispettata.

Tanto più dopo la decisione della soprintendente di avocare la tutela archeologica tagliando fuori gli archeologi delegati all’Ortigia, decisione presa dopo ripetuti contrasti sul «senso» della parola tutela, contrasti così duri da sfiorare lo scontro e provocare denunce per mobbing. Fatto sta che le pale sarebbero affondate nella terra davanti al castello federiciano fino a 60 centimetri. Per poter fare gli allacciamenti dell’acqua una gittata di cemento di spessore tale che la «facile rimozione» richiederà l’uso di martelli pneumatici e altre ruspe. Con nuovi costi che, possiamo scommettere, solleveranno nuove polemiche fino alla solita domanda: vale la pena? Per finire alla solita maniera: la provvisorietà definitiva. Nei secoli.

Per non dire dell’aspetto culturale e paesaggistico. Nato inizialmente come una specie di elegante tettoia sotto la quale sedersi all’ombra a bere un caffè, l’edificio ha subìto varianti tali da fare via via immaginare il peggio. E da spingere gli oppositori a lanciare l’allarme: chi entrerà dall’attuale ingresso, un imbuto tra la facoltà di Architettura e il mare, si troverà davanti, come primo impatto, la caffetteria. Che ostruirà almeno in parte non solo la veduta generale fino a ieri sacra del castello di Federico II ma a destra anche, come dicevamo, la vista sul mare. Ultima chicca: «responsabile dei lavori per la committenza» risulta essere Marco Zuccarello che a quanto pare sarebbe proprio il «Casanova etneo» finito l’anno scorso sui giornali perché denunciato da almeno cinque donne che lo accusavano di essersi fatto prestare dei soldi senza poi restituirli.

Sull’apertura della Piazza d’Armi fino ad oggi chiusa ai siracusani e ai turisti, sia chiaro, concordano anche molti degli oppositori. Ma il nodo è: «come» aprirla, rispettando la magia d’un luogo spiccatamente italiano quale è la piazza. Dove ancora una volta si ripropone il tema sollevato da Salvatore Settis nella prefazione al libro «Sicilia in piazza» di Armando Rotoletti, che ha fotografato un centinaio di piazze isolane miracolosamente vuote e perciò struggenti: «Negli ultimi anni si è sempre più diffusa l’abitudine di usare le nostre piazze come location per spettacoli e festival di solito estivi: e tanto si dà per scontato che la piazza di per sé “non serve”, e va riempita con qualcos’altro, che ben pochi balbettano qualche giustificazione o scusa. E i pochi che lo fanno si aggrappano all’uso storico della piazza per il mercato o per la festa: senza riflettere che tale uso era e resta (dove c’è) per sua natura intermittente, e lascia per la maggior parte dell’anno la piazza, tutta o quasi, libera perché venga esibita, vista, goduta per quel che è: vetrina della città e della storia, grembo per la conversazione e la crescita civile, promessa di futuro».



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