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SIENA - La Pinacoteca fatta a pezzi
Di Roberto Barzanti
Corriere Fiorentino 24 May 2018


Nel piano di sviluppo del Santa Maria della Scala non trovano spazio le prestigiose collezioni Pare ormai consolidata la volontà di smembrare in tre nuclei un tesoro che merita valorizzazione


Presentato come approdo definitivo di un Piano di Sviluppo quadriennale (20182021) del Santa Maria della Scala, lanalitico documento desta non poche preoccupazioni. Nella sostanza è il fastoso funerale del progetto lungamente a Siena coltivato di collocare nellantico xenodochio (tra i primi ospizi per pellegrini) la Pinacoteca Nazionale, criticamente rivisitata e arricchita di nuovi innesti. Questo era il cuore del disegno rilanciato da Cesare Brandi e al centro dal 1982 di una cospicua serie di incontri, indagini, convegni e atti deliberativi comunali. Più che per quanto vi è scritto, la transizione abbozzata verso un nebbioso futuro deve essere valutata per quanto non dice.

Si è ribadito fino alla noia che lasse di una prospettiva tanto ambiziosa era dare una sistemazione degna al nucleo più alto e celebrato del patrimonio artistico senese, costretto in sale non più adeguate. Ma è proprio a questo obiettivo strategico che si rinuncia, forse una volta per tutte. Aver inserito nel cosiddetto Polo museale toscano, in un disomogeneo e affastellato insieme duna cinquantina di sedi, la Pinacoteca inaugurata nel 1932 è stato un obbrobrio, accettato purtroppo con qualche timido e isolato mugugno. Ora il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo sembra considerare irrecusabile questa degradante opzione. Le difficoltà per realizzarla sono effettive: dal momento che nessuno mette in dubbio la natura statuale della Pinacoteca sono necessari complicati meccanismi di convenzionamento e puntuali accordi per regolare i rapporti tra i vari enti titolari della proprietà delle opere. Nessuno pretendeva che la situazione si sbloccasse dalloggi al domani, anche se impostata da decenni. Nel programma operativo si prevede al riguardo solo la riunificazione della collezione Spannocchi: una parte minima della sequenza di tavole ospitata a palazzo Buonsignori Brigidi. Sicché vien da pensare che ormai sia consolidata la volontà di smembrare la Pinacoteca in tre nuclei, dei quali quello in partenza per il Santa Maria non è certo il principale. La maggior quantità di testimonianze resterebbe dove sta ora ed unaltra sezione perlopiù opere da metà Cinquecento in poi dovrebbe trovare alloggio nel palazzo Chigi-Piccolomini, tutto da strutturare come museo. Tale orientamento è bersagliato da acuminati strali, ma il Comune pare arrendersi e prendere atto della lambiccata disarticolazione. Per attuare il progetto originario, caldeggiato da una miriade di studiosi, occorrerebbe che il Santa Maria diventasse un soggetto forte, pubblico, autonomo e autorevole sulla scena internazionale. Invece che accelerare la definizione giuridica dellaffascinante complesso si ribadisce che dallanno prossimo tornerà ad essere una istituzione comunale, figura alquanto debole e dipendente dallamministrazione municipale, con gli impacci e i limiti che questa fragile fisionomia comporta. Non si esclude che nel prosieguo assuma una forma giuridica di natura privatistica quale ad esempio la fondazione o la società consortile. Perché rimandare questo snodo essenziale alle calende greche? Perché tanta prudente vaghezza? Le grosse riserve ribadite non inducono a rifiutare formulazioni accettabili del Piano, espresse ahimè con gli abusati anglismi fatti apposta per prestarsi alle più varie traduzioni. La mission affidata è farne prioritariamente un museo-città, attivo nel promuovere il welfare culturale favorendo accoglienza e cura di viaggiatori e residenti: quasi per resuscitare la pia cifra della nascita. Quindi si riprende il proposito di farne un luogo poli-esperienziale in grado di organizzare laboratori a scopi pedagogici. Ancora: un hub internazionale di incontro tra i senesi e il mondo per confrontarsi con i linguaggi innovativi. Oltre al Museo archeologico da modificare rispetto allattuale configurazione ecco il Museo dei bambini, con un ripensamento del concept finora prevalente, e uno spazio dedicato alla fotografia toscana. Le mostre temporanee farebbero la parte del leone. Lelenco delle attività permanenti ipotizzate fa girar la testa da quanto è nutrito: laboratori, centri di rigenerazione urbana, gemellaggi, working e co-working da affidare a operatori locali. Il direttore Daniele Pitteri ha spiegato con pirotecnica fantasia limpronta glocal che anima lo spirito dellimpresa e ha sottolineato con giustificata soddisfazione i vivaci segni di unindubbia ripresa. Ma se si vuole affermare unidentità riconoscibile e attrattiva il menu deve essere più parco, più selettivo. Bene occuparsi sul serio di fundraising e non ignorare la ristorazione. Pur di non esaltare come fine dei fini il raggiungimento al 2020 di quota 250.000 biglietti annui. Le cifre della maledetta audience non sono sinonimo di qualità.



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