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06/04/2003 - Archeologia in svendita
Daria Lucca
Il Manifesto, 6 aprile 2003

Sull'area dei Fori imperiali, gi penalizzata da finanziamenti pubblici sempre pi esigui che ne rendono quasi impossibile la tutela, si profila la minaccia della privatizzazione. Parla il sovrintendente Adriano La Regina

Lungo la Via Sacra, tra il Colosseo e il Campidoglio, le scolaresche straniere in gita ascoltano l'insegnante decantare l'abilit dei romani nell'arte del costruire ma difficile dire se il loro interesse sia pi concentrato sull'urbanistica monumentale imperiale o sul panino che le giovani mandibole stanno sbriciolando con metodo. Non importa: a loro rester il piacevole ricordo di una bellissima giornata archeologica. Dal suo ufficio in Santa Maria Nova, appoggiato al pi bel davanzale di Roma, il professor (o sovrintendente, come preferite) Adriano La Regina sospira preoccupato per i destini di questo percorso che ha fortemente voluto gratuito. I privatizzatori, quelli che associano immediatamente il patrimonio (culturale) alla parola denaro, hanno gi preso di mira l'area dei Fori: perch non si paga il biglietto?



Direttore, facciamo una breve panoramica: qual il punto di maggior sofferenza nel settore dei beni archeologici?



La risposta semplice: la pochezza dei mezzi a disposizione di fronte agli impegni di conservazione e tutela di un patrimonio enorme. Mi viene sempre detto che ci dipende da motivi economici, che il patrimonio culturale cos com' non rende abbastanza. Ebbene considero questo ragionamento piuttosto rozzo, nel senso che, volendo davvero trasferire le rendite prodotte dalla cultura su un piano strettamente economico finanziario, bisogna inserire a bilancio, nelle voci in attivo, tutte le entrate che si riversano sulla citt grazie a questo patrimonio. I beni culturali non producono soltanto l'incasso ricavato dal prezzo del biglietto, ma consentono l'apporto di valuta pregiata che va a distribuirsi complessivamente sul bilancio cittadino. Il turista che visita i fori romani la mattina e il pomeriggio si gode le collezioni di un bel museo, come mangia, come dorme e come si sposta? Il conto, se conto si deve fare, deve essere complessivo.



Che cosa intende?



Quello che intenderebbe un'azienda a tutti gli effetti, e cio che una quota della ricchezza prodotta collateralmente dai beni culturali romani dovrebbe essere reinvestita qui, nel cuore del settore che l'ha generata.



Ma il governo, invece di darvi pi finanziamenti, ve li toglie.



Considerando che la spesa pubblica viene tagliata ogni anno del dieci per cento, e che certo siamo tra i primi settori su cui i tagli si abbattono, tra breve ci pagheremo soltanto le bollette del telefono con quei fondi.



La soprintendenza ai beni archeologi di Roma, tuttavia, stata autonomizzata. Questo non ha aiutato?



L'iter per l'autonomia in fase conclusiva, e non appena l'indipendenza sar anche amministrativa, riteniamo che certamente un monumento come il Colosseo, con il ricavo del biglietto d'ingresso, diventer la nostra principale fonte di sostentamento. Voglio dire che servir bene alla manutenzione ordinaria, e non cosa da poco. Ma mi permetto di ricordare che la manutenzione ordinaria non sufficiente, sul lungo periodo. Non si riflette a sufficienza sui danni che ci vengono dal depauperamento strutturale. Nessuno parla, ad esempio, del nostro patrimonio umano: da decenni, non si assume pi nessuno e oggi i pi giovani hanno 50 anni. In questo modo, non ci sar trasmissione del sapere, il che a mio avviso gravissimo.



La citt in attesa della terza linea metropolitana, che dovrebbe passare proprio sotto i maggiori siti archeologici. Come vanno le trattative?



I problemi veri non riguardano tanto lo scavo per il transito dei treni, che passano a una tale profondit da non destare preoccupazioni, quanto le gallerie di accesso per i passeggeri. Le stazioni a rischio, per cos dire, sono quelle di Piazza Venezia e del Campo Marzio. Le rampe, tuttavia, non sono enormi e dunque le soluzioni si possono trovare, purch si cerchino.



Un'ultima domanda: che cosa pensa di un eventuale condono per i beni archeologici scavati e detenuti illegalmente?



Non questa la soluzione, se il problema dare una risposta ai paesi che non possiedono beni archeologici. Ho sempre pensato che ogni museo ha il diritto di poter rappresentare al proprio pubblico i documenti originali di una certa cultura. E contemporaneamente nel nostro interesse di paesi possessori di questi beni che la nostra storia sia conosciuta. Quindi sono convinto che la politica giusta deve essere quella dei prestiti a lunga, anzi lunghissima scadenza, verso i musei stranieri. Noi abbiamo i magazzini pieni di pezzi e di opere: prestare il nostro patrimonio un'operazione che si pu fare correttamente nel rispetto delle nostre esigenze, che sono anche quelle di evitare che la nostra documentazione scompaia. Per questo, dobbiamo sforzarci di immaginare che la comunit culturale a cui il patrimonio pubblico in qualche modo appartiene sia pi larga dei nostri confini nazionali: un'opera pu essere esposta a Roma come a Dallas, indifferentemente.



E gli scavi, si possono dare in prestito?



Poich lo stato non scava, ma i clandestini non si considerano statali, ritengo opportuno accelerare gli scavi ufficiali almeno nelle zone a rischio. Pertanto bisogna largheggiare nel concedere le autorizzazioni alle scuole straniere, concedendo loro la possibilit di studiare, catalogare e pubblicare i risultati dei lavori, ma anche di esporre poi a casa loro il materiale recuperato. E' questo il modo migliore per battere i clandestini e il mercato illegale, non i condoni.





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