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Direttori stranieri nei musei italiani. I due fronti in attesa del giudizio
Pierluigi Panza
Corriere della Sera 17/4/2018

Riforma. Prevista per domani la decisione del Consiglio di Stato sui criteri di selezione dei vertici delle gallerie


Domani lAdunanza plenaria del Consiglio di Stato dovrebbe pronunciarsi sullammissibilità dei direttori stranieri alla guida dei principali musei italiani.

La vicenda nasce con la riforma Franceschini che, per la prima volta consente a cittadini stranieri di guidare i nostri musei. Viene istituita una commissione (guidata dal presidente della Biennale, Paolo Baratta) chiamata a selezionare italiani e stranieri insieme; su venti, sette risultano stranieri, tra i quali il direttore di Palazzo Ducale di Mantova, Peter Assmann. Una dei partecipanti alla selezione di Mantova, la sovrintendente Giovanna Paolozzi Strozzi, ricorre su aspetti procedurali e perché una legge del 94 prevede che nei ruoli apicali della Pubblica amministrazione siedano cittadini italiani. Il Tar le dà ragione, ma il ministero dei Beni culturali ricorre al Consiglio di Stato e chiede la sospensiva (tanto che i direttori stranieri restano al loro posto). Il Consiglio di Stato dà torto alla ricorrente sugli aspetti procedurali, ma rimanda allAdunanza plenaria sul punto più delicato. Intanto, nel luglio 2017, il Consiglio di Stato accoglie un altro ricorso del Mibact contro il Tar del Lazio ammettendo direttori stranieri per il Parco archeologico del Colosseo. Domani lAdunanza deciderà o prenderà ancora tempo. La sua decisione è, forse, appellabile solo alla Corte europea.

La decisione e il suo senso non sono così scontati e riducibili a uno scontro tra innovatori e parrucconi, globalisti e sovranisti. Si oppongono due tesi. La prima, facente capo al ministro Franceschini; la seconda sostenuta da Vittorio Sgarbi e, in parte, dai sindacati. La prima è che cè libera circolazione dei lavoratori europei e che, semplificando, gli stranieri vivacizzino e internazionalizzino i polverosi musei italiani, anche cercando soldi da sponsor esteri (con i pericoli che ciò comporta). La seconda è che, se si accetta che passino i direttori stranieri, la breccia è aperta. Seguiranno ai vertici della Pubblica amministrazione professori universitari stranieri (e fin qui tutti daccordo, così i baroni la finiscono con i concorsi pilotati), poi magistrati stranieri (prime perplessità), infine ambasciatori italiani stranieri (questo sarebbe paradossale) sino, ironizza il critico-politico Sgarbi, a un presidente del Consiglio italiano straniero (una idea paradossale forse da non scartare!).

È importante sottolinea uno Sgarbi in versione uomo di legge che lAdunanza plenaria resti nella sola valutazione tecnica e non ceda alle sirene di Franceschini in nome di unazione di governo di cui questa dei direttori è parte vitale. Nel Consiglio di Stato ci sono giuristi come Oberdan Forlenza che era capo di gabinetto di Giovanna Melandri; siamo non alieni dalla politica. Ecco: loro non devono guardare alla politica. Non devono entrare nel merito, dire se è giusto sprovincializzare. La sentenza del Tar mi pare ineccepibile: non esiste, per legge, un segmento della Pubblica amministrazione al cui vertice sieda uno straniero.

Secondo Sgarbi, anche il sistema di selezione troppo complesso per riferirne qui sarebbe stato ideato allo scopo di sfavorire gli italiani attraverso un sistema analogo a quello dei concorsi universitari: escludere i più pericolosi (i migliori?).

Anche allestero selezionano direttori della propria nazione: si è mai visto un direttore del Louvre non francese?. Lobiezione di Gabriele Finaldi alla guida della National Gallery non regge, poiché è di origini italiane, ma nato a Londra.

Si possono avere collaboratori stranieri conclude Sgarbi , ma siamo sicuri che il pur bravo Eike Schmidt agli Uffizi sia meglio di Mauro Natali? Sul direttore di Urbino, Peter Aufreiter, io nutro perplessità. Cè sempre arbitrio nelle selezioni, daccordo; ma guarda caso passa lo straniero, per orientamento.

Dallaltra parte la preoccupazione è opposta. Se il Consiglio di Stato accoglie la sentenza del Tar, o prende tempo, sono a rischio i rinnovi dei direttori stranieri, che scadono tra circa un anno e mezzo (il loro accordo era 4+4 anni): È ovvio che uno si guardi in giro, affermano fonti ministeriali.




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