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Palermo. L'artista austriaco barricato alla Vucciria. “Difendo il vecchio mercato dal cemento”
La Stampa, 09/03/2018

A Palermo la protesta contro la riqualificazione del centro storico


Il pavimento trema paurosamente se ci salti sopra, tintinnano le tazze sulla tavola. «Tranquilla, qui non crolla niente». Uwe Jaentsch, 47 anni, gli ultimi diciannove passati a Palermo, ride e provoca, facendo balzi da canguro. Ma salire sulle scale di Palazzo Lo Mazzarino, nel cuore della Vucciria, fa pensare il contrario. Androne fatiscente, scale sbilenche e bagnate dalla pioggia che filtra dal tetto, sul pianerottolo una tinozza che raccoglie le gocce. Poi una porta e appare una casa-atelier, sgarrupata ma opera d’arte in sè. Il soggiorno si chiama «Stanza di compensazione» (come quella di una banca), con il soffitto affrescato di rose stilizzate, installazioni sulle pareti, elementi di recupero rinati a nuova vita.
Un appartamento adesso assediato dalle impalcature della società che ha acquistato l’intero palazzo insieme con gli altri due edifici storici della piazza – i palazzi Ramacca e Sperlinga – per un imponente progetto di rinascita del quartiere in chiave turistica. Sono arrivati tre sfratti per l’artista e la sua aristocratica compagna Costanza Lanza di Scalea, che per lui ha lasciato gli agi di famiglia e si muove tra le catapecchie con la grazia di chi offrirebbe un tè tra i rottami di un disastro aereo. Così i due vivono nel palazzo deserto senza alcuna intenzione di sloggiare. Ma, soprattutto, senza altro obiettivo che trasformare l’avvenimento in una polemica intellettuale che oppone l’estetica delle rovine – quelle da Uwe trasformate in ironiche opere d’arte – a un progetto di riqualificazione funzionale di un mercato celebre nel mondo, in declino da mezzo secolo, ma rinato sotto il segno della movida notturna.
«Abitiamo qui – dice lei – da quando la proprietaria di quest’appartamento ce l’ha messo a disposizione in cambio di opere di miglioria, abbiamo sempre pagato le bollette. La società è venuta, ci ha detto: state tranquilli, preserveremo il soffitto, bella faccia tosta. Quest’opera è nostra, se ce ne andiamo prima distruggiamo tutto». Un progetto, quello di ristrutturazione, che è piombato sulla Vucciria come un’astronave, mettendo in crisi un «modello autoctono» infiltrato da abusivismo, illegalità e spaccio. «Per me la movida è un disastro – spiega l’artista – perché non mi fa dormire la notte, ma il casino del mercato è un patrimonio culturale da preservare, le immagini sono sulle riviste di tutto il mondo. Non si può cancellare tutto questo con la polizia». Sì, perché ogni notte la Vucciria si trasforma in una zona di guerriglia tra forze dell’ordine e proprietari dei locali, in gran parte abusivi. I vigili urbani piombano e trovano i pub chiusi, voltano le spalle e quelli riaprono in un batter d’occhio, mentre i clienti sciamano tra un vicolo e l’altro. «I titolari dei locali - aggiunge – sono i figli dei vecchi bancarellari, è gente che non è emigrata all’estero, che non ruba». L’illegalità allora è pure da preservare? «Non diciamo questo – chiosa Costanza – ma bisogna venire incontro a questa gente digiuna di burocrazia».
Difficile convincerlo che l’identità storica della Vucciria non è quella della movida. Lui ne fa una questione estetica, antropologica, prima ancora che «politica». D’altronde, delle rovine ha fatto la sua poetica. Sul prospetto di un vicino palazzo in ristrutturazione ha dipinto un’immensa scritta “Durex”, in modo da trasformarlo in una scatola di preservativi gigante. Le impalcature di Palazzo lo Mazzarino nascondono la scritta “Uwe Ti Ama” che dominava la piazza insieme con l’installazione “Banca Nazion”, poi rimossa. Ripulita dalla sua scritta “Si vende” la fontana Garraffello, “opera” che gli è costata una denuncia. E che il 24 maggio diventerà il tema di un singolare spettacolo teatrale, al Teatro Biondo di Palermo, lo Stabile della città. «Mi autoprocesserò per quel gesto - spiega – e uscirò da questa casa. E se non potrò tornarci lascerò Palermo per sempre. Per me non esiste Palermo senza la mia Vucciria».



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