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Van, dove rinasce il dialogo
di MARCO GUIDI
Giovedì 11 Agosto 2005 Il Messaggero


VAN, in mezzo alle montagne, sotto l’ombra del grande vulcano del Suphan dag. Una terra arida e rocciosa che circonda il più grande lago della Turchia (3755 km quadrati), e il più alto (1700 metri). Una terra di vento rabbioso, di orizzonti immensi, di popoli che si sono mischiati per millenni: ittiti, urartei, assiri, armeni, medi, persiani, greci, romani, bizantini e poi i turchi, prima i selgiukidi e poi gli ottomani, e i curdi. Terra austera con luci chiarissime quando brilla il sole e nuvole scure quando dai monti scendono le correnti fredde. Una terra unica dove vive il gatto più curioso del mondo, il gatto, appunto di Van, gatto nuotatore, che si procura il cibo pescandolo. Un gatto che ama l’acqua e non può viverne lontano, bianco con qualche macchia rossa, imparentato con il gatto d’angora o persiano, che una curiosa evoluzione ha fatto diventare anfibio. Una terra di monumenti e di reperti archeologici. Terra dura e bellissima.
Qui gli armeni ebbero uno dei loro regni, quel Vaspukaran che in armeno significa, appunto, Van.
Oggi Van è quasi completamente turchizzata (curdi esclusi), gli armeni non ci sono più. Secoli di guerre e poi i massacri dei tempi ottomani li hanno fatti fuggire o morire.
Eppure i monumenti armeni esistono ancora, chiese di pietra rosa, con meravigliose sculture, affreschi e la tipica costruzione a cupola appuntita che si alza nel cielo indifferente.
Qui fu uno dei loro regni, qui i loro re costruirono palazzi ormai scomparsi e chiese ora in rovina.
Qui su un’isola, che dista una quarantina di minuti di battello dalla città di Van, sorge la chiesa della Santa Croce. L’isola si chiama Akhtamar ed è ancora parte della storia e dell’immaginario degli armeni che vivono centinaia di chilometri più a nord nella attuale repubblica armena. O magari nelle ormai sparute colonie di Istanbul, o in quelle più numerose della siriana Aleppo. Akhtamar, isola cantata dai poeti. Lì re Gagik I Acuni, tra il 915 e il 921, fece costruire dall’architetto Manuele la sua chiesa madre, Santa Croce appunto. Una chiesa che anni fa vedemmo in rovina con gli affreschi che si scolorivano all'interno e le sculture che si disfacevano all’esterno. Sculture di angeli, di profeti, figure uniche, affreschi che lasciano ancora una forte impressione per chi riesca a decifrarli.
Lì, ad Akhtamar, il poeta Hovannes Toumanian ambientò una triste storia d’amore, una poesia che quasi tutti gli armeni sparsi per il mondo conoscono, come conoscono ancora l’epopea del grande eroe armeno David di Sasoon (un antico paese a un centinaio di chilometri a sud).
Il regno armeno cadde sotto i colpi dei turchi Selgiukidi, ma gli armeni riuscirono a convivere con i turchi e con i curdi per secoli. Fino alla fine del XIX secolo e ai primi anni del XX. Allora i sultani ottomani e i nazionalisti decisero di risolvere il problema armeno, alla radice. E fu il primo genocidio dell’età contemporanea. Da allora restarono i monumenti (che influenzarono anche quelli turchi selgiukidi, come quelli funebri della vicina Alhat).
Rimase la chiesa bellissima esposta agli elementi, e tutto sommato rimase in buone condizioni fino a qualche decina di anni orsono. Allora per l’iconoclastia naturale delle popolazioni, la stupidità di troppi, l’acquiescenza di chi comandava la chiesa della Santa Croce iniziò il suo calvario. Lo denunciarono anni orsono gli stessi giornali turchi, Milliyet (La Nazione) raccontò come bande di dementi usassero le pareti e le sculture della chiesa come bersagli per il tiro a segno (e lo testimoniano i fori dei proiettili sulle sculture di angeli, santi e re) e Zaman (Il Tempo) insistè sulle condizioni preoccupanti di tutto il complesso.
Eppure i turchi si erano impegnati a restaurare il monumento. Si erano impegnati sulla carta, perché in pratica, per anni, non successe nulla. Intanto le relazioni tra Turchia e Armenia erano sempre peggiori: frontiere chiuse, nessuno scambio, nessuna relazione. Gli armeni a rivendicare il loro olocausto, i turchi a negarlo. Gli armeni a combattere contro gli azeri, cugini dei turchi, i turchi a sostenerli.
Quindi è con grande stupore e sollievo che si è sparsa la notizia: nel giugno il governo turco aveva iniziato i lavori di restauro. Ma non solo, era stato invitato un architetto armeno, esperto di costruzioni antiche, per fornire i suoi consigli. E oggi nell’isola Akhtamar si possono vedere i ponteggi che circondano la chiesa della Santa Croce, gli operai e i tecnici al lavoro. E i restauratori che studiano come intervenire. Un bel segnale, non solo per la Turchia e per l’Armenia, ma per l’umanità intera, per l’arte, per la civiltà.



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