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NAPOLI: Palazzo d’Avalos tra storia e abbandono
Mario De Cunzo
11/08/2005 Il MATTINO



Il Palazzo d’Avalos in via dei Mille è uno dei pochi palazzi a Napoli abitato ancora dalla nobile famiglia che l’ha costruito. I d’Avalos vennero a Napoli con gli Aragonesi, combatterono con gli spagnoli contro i francesi. Il 25 febbraio 1525 l’esercito di Carlo V di Spagna, al comando di don Ferrante d’Avalos, «attaccò l’esercito francese e dopo una breve battaglia, durata in tutto meno di due ore, vinse e fece prigioniero il re di Francia Francesco I». Così si legge nella scheda di Linda Martino nel catalogo della mostra «I tesori dei d’Avalos» allestita a Castel Sant’Elmo nel 1994. Secondo un’affascinante ricostruzione ottocentesca gli arazzi furono donati personalmente da Carlo V al valoroso vincitore della battaglia, Ferrante d’Avalos marchese di Pescara. Gli arazzi sarebbero stati lavorati a Bruxelles tra il 1528 e il 1531. Nel 1862 Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, donò al Museo di Napoli la ricchissima collezione d’arte di famiglia, arazzi compresi. La mostra in Castel Sant’Elmo del 1994 voleva essere una tardiva e parziale ammenda per lo stato di conservazione non buono della preziosa collezione. Il principe Francesco d’Avalos chiedeva energicamente allo Stato italiano la restituzione della collezione (Il Mattino,19 ottobre 1994) perché il testamento del suo avo che aveva donato le opere non era stato rispettato: solo alcune opere erano esposte a Capodimonte, molte erano sparse per l’Italia, la splendida «Venere» di Luca Giordano rallegrava la vista degli onorevoli nella Camera dei Deputati, molte opere erano dimenticate nei depositi. Un anno prima, nel 1993, un fascio di tele arrotolate, con i colori scrostati, spesso illeggibili, erano state inviate alla Soprintendenza di Avellino e Salerno perché erano tanto malconce da sembrare reperti di paesi terremotati. A Salerno le tele erano state pazientemente restaurate a cura della direttrice dei laboratori Vega de Martini e si rivelarono per quelle che erano, preziosi pezzi della collezione d’Avalos e della collezione Farnese. Il palazzo d’Avalos dei marchesi del Vasto e Pescara è opera di Mario Gioffredo del secolo XVIII, tra il palazo Carafa di Roccella del 1769 e il palazzo di Giulio Ulisse Arata (1883-1962) maestro del liberty a Napoli: era preceduto da un parco che giungeva fino alla Riviera di Chiaia; il parco è stato cancellato dall’urbanizzazione di via Carducci negli anni Trenta del secolo scorso. Mario Gioffredo (1718-1785), allievo di Solimena e Medrano, aveva redatto un primo progetto per la reggia di Caserta prima che re Carlo di Borbone chiamasse Luigi Vanvitelli; per i marchesi del Vasto ha progettato la chiesa del Carmine nel Molise e il rifacimento del cinquecentesco palazzo di via dei Mille. A Napoli Gioffredo ha realizzato oltre a vari palazzi la maestosa chiesa dello Spirito Santo. Il palazzo ha tre piani, due sono piani mobili ricchi di saloni sfarzeschi ancora arredati da mobili, quadri, disegni e suppellettili antiche, il palazzo si stende tra giardini e frutteti, cosa incredibile al centro della città. Un altro marchese d’Avalos, Alfonso, era stato governatore di Milano nel secolo XVII. Ferrante d’Avalos, l’eroe di Pavia, aveva sposato Vittoria Colonna, figlia di Federico da Montefeltro, celebre poetessa amica e corrispondente di Michelangelo. Ce n’è parecchia di storia perché Napoli debba essere orgogliosa del palazzo di via dei Mille e volerlo degnamente conservare. Invece il palazzo langue tra mille difficoltà, all’esterno un’impalcatura da molti mesi serve non per necessari lavori ma per favorire l’accesso ai ladri. Infatti di recente ignoti hanno sottratto dagli appartamenti d’Avalos preziosi oggetti, pezzi d’arte e ricordi di storia pluricentenaria. Anni fa il marchese d’Avalos dovette inserire il palazzo in una società, la società Vasto s.r.l., che faceva capo a Corrado Ferlaino, sembrava un illuminato connubio tra storia ed imprenditoria, ma la società non è mai riuscita ad elaborare un progetto tale da poter essere approvato dalla Soprintendenza. Il marchese Francesco d’Avalos guarda con un po’ di invidia il vicino Palazzo Roccella, che sembrava aver sorte peggiore in mano al costruttore Ottieri al tempo di Lauro; ma ora il palazzo Roccella è restaurato e sede del Pan, una bella struttura per l’arte contemporanea diretta da Marina Vergiani. Il principe d’Avalos, marchese di Vasto e di Pescara, nel suo palazzo malandato tra i saloni ancora splendidi, ha sognato di riportare nella loro casa i quadri che il suo avo Alfonso forse con troppo entusiasmo aveva affidato allo Stato: ora, deluso, vorrebbe andarsene da Napoli, raggiungere la moglie in Inghilterra. Sarebbe un peccato, è vero che Napoli ha tanti problemi e non sa risolverli, ma per la città sarebbe un segno negativo. Sarebbe veramente un peccato.



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