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NAPOLI-Come si intende governare il territorio in Campania
ALESSANDRO DAL PIAZ
www.eddyburg.it, 12/09/2017

Ecco come la Regione Campania rinvia ad un futuro - che via via retrocede - la determinazione organica di regole per l’uso pianificato del territorio, e consente intanto forme dissennate di densificazione edilizia e di abusivismo


A giudicare dalla produzione legislativa della Regione Campania, le finalità effettive cui deve rispondere il “governo” del territorio secondo le visioni della maggioranza che la amministra appaiono molto preoccupanti. Lo documentano bene – io credo – un provvedimento compiuto (ora impugnato dal ministro Delrio) ed uno in itinere.

Il primo è costituito dalla legge regionale 19/2017.

Fra parentesi, vale la pena di evidenziare, con la sensibilità scaramantica che affligge noi partenopei, che il numero 19 non porta bene al territorio e all’ambiente in Campania. Nel 2001 la legge regionale 19 è stata quella con cui si è dato il via alla costruzione di parcheggi sotterranei, piccoli, grandi e grandissimi – tantill’ tant’, cchiù tant’ e tanton’, per dirla con il napoletano antico de ‘o guarracin’ – al posto degli agrumeti e dei giardini della penisola sorrentina. Nel 2009 la legge regionale 19 è stata quella con cui si è “disciplinato” in Campania il famigerato piano casa berlusconiano, poi più volte rimaneggiata e prorogata, sempre peggiorandola.

Ora, nel 2017, con la nuova legge 19 la maggioranza che sostiene la giunta De Luca ha annunciato «linee guida regionali per supportare gli enti locali che intendono azionare misure alternative alla demolizione degli immobili abusivi ai sensi dell’articolo 31, comma 5, del DPR 6 giugno 2001, n. 380 (testo unico […] in materia edilizia)».

In concreto, la sullodata maggioranza impegna l’esecutivo regionale a fornire ai consigli comunali, ormai entro pochi giorni (devono essere 90 a partire dal 22 giugno 2017), suggerimenti utili a:
- individuare i «prevalenti interessi pubblici» che possano giustificare la mancata demolizione di edifici abusivi;
- affittare o vendere, «anche con preferenza per gli occupanti per necessità», gli immobili abusivi acquisiti al patrimonio comunale e non demoliti;
- determinare quindi canoni o prezzi differenziati per le superfici adeguate al nucleo familiare e per quelle eventualmente eccedenti;
- definire e verificare l’originale requisito di “occupante per necessità”;
- determinare i parametri relativi all’adeguatezza della superficie abitativa rispetto alla composizione familiare;
- comunicare le deliberazioni consiliari in materia ai magistrati che – arrassosia ! – abbiano ordinato, per gli stessi immobili, la demolizione ai sensi dell’art. 31 comma 9 del DPR 380/2001.

Con la medesima legge 19/2017, poi, non solo è stata concessa un’ulteriore proroga, rispettivamente fino al 31 dicembre 2018 ed al 31 dicembre 2019, per l’adozione e per l’approvazione dei Piani Urbanistici Comunali (PUC) nelle province dotate di un piano territoriale approvato (tutte, meno quella di Napoli, dove pertanto non vige praticamente scadenza alcuna), ma viene anche consentito nei comuni sprovvisti di piano di ampliare, nel frattempo, gli edifici artigianali o industriali fino ad un rapporto di copertura pari al 60 % del lotto.

In parole povere, la Regione Campania rinvia ad un futuro che via via retrocede la determinazione organica di regole per l’uso pianificato del territorio, consente intanto forme dissennate di densificazione edilizia con l’alibi delle destinazioni produttive e, comunque, resiste all’idea di demolire gli edifici abusivi, dei quali auspica invece la vendita ai medesimi abusivisti, con evidenti ammiccamenti – fora le zeze e fora lo scorno, disse la vavosa malezziosa – a tutti coloro che di diventare abusivisti stanno meditando.

E nei territori sui quali le regole sono già state compiutamente determinate ? Per esempio, nell’area sorrentino-amalfitana, che è dotata di un piano urbanistico-territoriale (in sigla PUT) con specifica considerazione dei valori paesaggistico-ambientali approvato, ai sensi della 431/1985, con la legge regionale 35/1987 ? Nella seduta del 20 luglio 2017 la commissione consiliare regionale competente ha licenziato per l’aula, con qualche prudente emendamento, la proposta di legge del consigliere regionale Alfonso Longobardi, del Gruppo “De Luca Presidente”.

La proposta licenziata prevede numerose modifiche della l.r. 35/1987, che costituisce il testo normativo del PUT. Modifiche tendenti tutte a consentire interventi edilizi non ammessi oggi, specie nelle more della formazione dei PUC conformi al PUT (in particolare per quanto concerne ristrutturazioni ed ampliamenti edilizi anche in ambiti fortemente tutelati), oppure a ridurre la portata delle disposizioni volte a salvaguardare il paesaggio o a soddisfare esigenze collettive.

Le possibili modifiche più gravi sono diverse. Ci limitiamo perciò a citarne alcune esemplificando.

Si propone innanzitutto di introdurre nell’art. 3 la specificazione che il PUT «ha efficacia sull’attività di trasformazione edilizia ed urbanistica soltanto attraverso i piani urbanistici comunali e/o intercomunali», in frontale conflitto con la natura del PUT, che ha valore ed efficacia di piano paesaggistico, ed è dunque immediatamente, direttamente ed universalmente cogente.

Si vorrebbe poi introdurre l’obbligo, per il dimensionamento dei piani comunali, di calcolare il fabbisogno abitativo computandovi la «somma dei fabbisogni di ciascuna abitazione sovraffollata»; l'interpretazione letterale del testo integrativo porterebbe a considerare sovraffollata ogni abitazione in cui risieda una famiglia con un numero di componenti superiore a quello delle stanze, quindi anche un'abitazione di 3 stanze in cui viva una famiglia di 4 persone o una di 4 stanze con 5 residenti o una di 5 stanze con 6 residenti, e via dicendo. Di conseguenza, il vano che risulterebbe necessario in ognuno di questi casi confluirebbe nel monte vani di fabbisogno da tradurre in nuove abitazioni programmate, ma l'abitante in più nell'abitazione sovraffollata non ne riceverebbe alcun beneficio, continuando a dover vivere in quella che usa: in altri termini, il disagio di alcuni si tradurrebbe nel vantaggio parassitario di altri. E non è un caso, infatti, che si preveda anche di cancellare radicalmente la norma che oggi obbliga a riservare i nuovi alloggi necessari in rapporto al disagio abitativo alle sole famiglie residenti in abitazioni malsane o sovraffollate. Tali proposte appaiono in definitiva capaci di produrre soltanto un sovradimensionamento speculativo dei piani comunali.

Si intende inoltre cancellare integralmente l’art. 11 che prevede specifici standard urbanistici per i comuni dell’area, incrementati rispetto agli altri della Campania per ciò che riguarda il verde pubblico, in considerazione della loro vocazione turistica.

Si propongono ancora forti modifiche alla disciplina degli interventi stradali, consentendo dovunque, anche per la viabilità minore o poderale, di realizzare sezioni stradali praticamente doppie rispetto a quelle minimali oggi ammesse in rapporto alla variegatissima e fragile morfologia del territorio ed ai suoi valori paesaggistici.

Si ammettono infine ampliamenti volumetrici, nuove pertinenze e nuove piscine per tutte le strutture ricettive esistenti, a prescindere dalla loro ubicazione, che spesso insiste invece in tessuti edificati storici o in ambiti extraurbani delicatissimi e più che vulnerabili.

Il senso dell’iniziativa legislativa è chiarissimo: non potendo abrogare il PUT, se ne persegue l’erosione, con esiti certamente più lenti, ma non meno distruttivi.

Perché in Campania governare il territorio deve ormai significare, nella visione programmatica dell’attuale maggioranza, ridurre “lacci e lacciuoli” e promuovere senza eccezioni la logica dello slogan “padroni in casa propria”. Proprio com’era per la maggioranza che sosteneva la giunta Caldoro nella precedente consiliatura.



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