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VENEZIA - L'illusione di salvare Venezia, tra ticket e bonus famiglie
FRANCO MIRACCO
LA NUOVA VENEZIA - 29 agosto 2017

La vanit del tener d'occhio Venezia, pur disponendo solo del vento senza peso della vanit/vacuit. Accade a pi di qualcuno e sempre pi spesso di credere di poter mettere ordine nell'ipertrofia di analisi, terapie e rabbuffi in aumento su Vensia, un maleficio da cui si espande "il vasto rumore dei media, la mostruosa amplificazione del banale" . Parole sottratte a George Steiner e scritte non per Venezia ma per le sue riflessioni sulla "lezione dei maestri" o su alcune fertili incertezze o su quel Silenzio che appartiene alla virt e alla grazia della "poesia del non detto" e che cos ci riporta a ci che ora pi ci interessa: la poesia mormorante di Andrea Zanzotto. Ovvero a quell'impiglio di tenerezze, trallall e singhiozzi, sfinito nell'acqua "ah Venezia ah Venissa ah Vensia" . Allora, Zanzotto s e altri no? Forse, ma come non ricordare l'inizio nella calle del "Mercante di Venezia", quando Antonio dice "la ragione per cui sono triste non so nemmeno dirla", ma ti viene di dirlo dopo aver letto un articolo intitolato "L'illusione che uccide Venezia". E l'illusione sarebbe quella vissuta dai veneziani residenti nella citt antica, lontani dall'accettare che "il turismo non problema, un capitale da valorizzare" . Ma dai, sul serio? Poveri illusi restii ad ammettere che "senza turisti e i redditi che generano, oggi Venezia sarebbe una sorta di triste Pompei", con in pi la disgrazia di essere "lasciata nelle mani di politici e burocrati" . Un ritornello questo della citt nelle mani di politici, amministratori e burocrati ripreso pi volte nell'ampia paginata sull'illusione assassina firmata da Carlo Lottieri. Chi ha "passato" il pezzo pubblicato dal Foglio sembra non essersi accorto di aver consentito a un aereoplanino di carta, in volo con lo stormo dell'anticasta e dell'antipolitica, di scaricare nel cielo di Venezia un messaggio incolto rispetto al passato, al presente e al futuro di Venezia, ma anche rispetto a quanto sono abituati a leggere sul quotidiano di Claudio Cerasa i pi disincantati foglianti. Ma che fare per salvare Venezia dalla malefica illusione imposta da "un ceto politico" sostenuto da "una larga parte dell'opinione pubblica veneziana di destra e sinistra"? Sufficiente decidersi per "un biglietto d'accesso gravante su ogni visitatore" di Venezia centro storico e ove si adottasse "la tariffa ipotizzata dai Cinque stelle si possono ragionevolmente immaginare entrate complessive dell'ordine dei 50/60 milioni di euro all'anno". Ancora: "Se tali entrate fossero destinate ai singoli veneziani ognuno potrebbe ricevere una somma dell'ordine di mille euro". Attenzione, perch c' poco da ridere, sapendo che "a una famiglia di quattro persone andrebbe un contributo annuo, a compensazione dell'invasione turistica, di circa 4 mila euro" . E questa sarebbe la cifra sufficiente per "bloccare l'esodo" da Venezia e che potrebbe, addirittura, "invogliare qualche veneziano gi trasferitosi a Mestre a fare marcia indietro"? Ma chi non dispone di una famiglia di quattro persone, mestrino a vita, o no? In realt l'idea di fare dei cittadini, per rigorosamente veneziani del centro storico, dei cittadini assistiti una soluzione socio-economica gi applicata da molto tempo negli Usa. Infatti, a compensazione di quel che sappiamo, fu deciso di affidare agli indiani che vivevano e vivono nelle riserve gli incassi provenienti dai Casin e dal gioco d'azzardo C' forse bisogno di ricordare qual o quale fu la condizione di vita nelle riserve indiane? Cacciare via dalla riserva veneziana lo stato, le amministrazioni pubbliche, dalla sanit alle universit, dalla regione alla scuola, e finalmente puntare tutto su pi turismo e libere professioni. Quali professioni? Quali opportunit lavorative sono state favorite dal turismo di massa? Soltanto lavori a basso reddito e a bassissima professionalit. Ma l'aereoplanino di carta, misteriosamente planato sul Foglio, una volta imboccata la pista dei "cittadini assistiti" vola in Alaska per farci sapere che gli abitanti di quel paese sono i comproprietari del petrolio di cui gestiscono la rendita. Dunque, "si potrebbero considerare i veneziani quali contitolari delle calli e dei campielli, operando di conseguenza una ridistribuzione delle risorse ottenute" (Sic! ! ! ). Della serie la calle mia e me la gestisco io, un po' come per la salute dei propri figli nel caso dei vaccini. Peccato che nel 2015 ci sia stato il crollo del petrolio anche in Alaska e addio ai bei tempi in cui si poteva vivere nello "Stato dei fannulloni tenuto in piedi dall'assistenza pubblica" (dai commenti giornalistici usciti all'epoca). Come non bastasse il tema della riserva assistita, non mancano altre assurdit in un intervento assai poco fogliante. Per esempio l dove si scrive "di quei borghesi veneziani intraprendenti e aperti al mondo, le cui virt Carlo Goldoni esalt nelle sue commedie" . Trabocchetti in cui si cade per incultura, dato che Goldoni si dedic ai vizi, alle debolezze e fragilit sociali di una citt non pi serenissima e che spinse il commediografo sull'orlo di uno sgomento senza riconciliazione di fronte alla "fine della storia". Assurdit per assurdit, eccone un'altra: "Si dovrebbe avere il coraggio di privatizzare migliaia di alloggi pubblici, consegnandoli a chi se ne prender davvero cura, che si tratti degli attuali inquilini o di altri" . Gi, di altri... pu bastare. Anche perch i lettori di questo giornale conoscono bene cosa c' dentro la complessit del vivere a Venezia (terraferma compresa), conoscono il dover subire i paradossi e le contraddizioni del turismo, conoscono i rischi e le dolorose "scomposizioni" individuali e collettive causate dal prevalere della monocultura turistica, che di per se parassitaria. Nel senso che anche da morta Venezia, intesa come citt, resta bellissima, non sempre, ma accade ancora e quindi pu essere violentemente sfruttata. A chi sta dalla parte di una citt "sregolata' cos da essere meglio privatizzata e turisticizzata poco importa di cosa importa invece a quanto resta dei veneziani, non esclusi quelli della terraferma e dei litorali. *** E ci che importa lo leggiamo nel libro di Carlo Rovelli "L'ordine del tempo": "Ogni momento della nostra esistenza legato con un peculiare filo triplo al nostro passato-quello immediatamente precedente e quello pi lontano-dalla memoria. Il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo storie per noi stessi. Racconti". Racconti, che non vorremmo andassero dispersi per sempre



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