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Vignano (SI). Questa casa non un museo
Roberto Barzanti
Corriere Fiorentino 5/8/2017

Villa Brandi era tra i tredici gioielli che il Mibact (Ministero dei beni e delle attivit culturali e del turismo) avrebbe voluto affidare in gestione a organizzazioni onlus attive nel settore. Insieme alledificio situato a Siena in localit Vignano, comparivano nella lista del bando alluopo emesso altri due luoghi della Toscana: lEremo di San Leonardo al lago (Monteriggioni) e lAbbazia di Soffena nellaretino. Tutti e tre sono stati ignorati.

Il caso delle Villa snobbata spicca per la sua peculiarit e per come esemplifica un problema delicatissimo. Il senese Cesare Brandi (1906-1988), critico e storico dellarte, teorico del restauro, autore di trattati di estetica ormai classici, voleva in ogni modo che la sua residenza, di probabile disegno peruzziano, diventasse un bene pubblico, da conservare con filologica fedelt nelle sue forme quale intatto documento di una societ e di un gusto. Le pratiche per donarlo allo Stato richiesero una tenacia enorme. In Italia facile rubare, ma quando si tratta di donare, mi creda, gli ostacoli si moltiplicano allinfinito: negli ultimi tempi Brandi si era scoraggiato. Ma non si arrese e con la partecipe collaborazione di Vittorio Brandi Rubiu, figlio adottivo che condivideva generosamente lobiettivo, il Professore titolo che suonava rispettosa ironia riusc alfine del suo nobile intento. La sua era ed una sobria dimora padronale, arricchita da opere darte che la rendono unica. Acquistata dai Brandi nella seconda met del Settecento, labitazione custodisce quadri della storica scuola senese e sculture contemporanee. La donazione includeva tredicimila lettere ed una raccolta fotografica imponente. Nella tinaia allingresso sono ora esposte immagini che illustrano amicizie, passioni e viaggi. E intorno, inseriti con un sorvegliato senso scenografico, spuntano capolavori di Ceroli e Burri, di Leoncillo e Mattiacci, di Guttuso e Manz, di Mastroianni e Morandi.

Membri tutti delleletta schiera di personalit che facevano corona ad un magistero disdegnoso di recinti accademici. Occorre riconoscere che gestire un bene del genere non era e non facile. Brandi era uomo di affetti tenaci e aveva pensato parecchie clausole che si rivelarono complicate. Desiderava, ad esempio, che i contadini che avevano dedicato una cura appassionata alla coltivazione della terra ricompresa nella propriet conservassero lusufrutto. Lattanzio e Bianca erano per lui membri di famiglia. Con fatica si giunse, a furia di limare e precisare, allatto di donazione allo Stato. Destinatarie le Soprintendenze allora erano due che hanno fatto diversi interventi e promosso feconde iniziative.

Il passaggio di Villa Brandi nella schiera della quarantina di siti costitutivi del Polo museale della Toscana diretto da Stefano Casciu avrebbe potuto rivelarsi una svolta positiva e incitare a soluzioni di sistema. Lidea di inserire una costruzione cos caratterizzata e definita tra altre di immediato uso non stata felice. Le opere contemporanee sono state tolte e prese in custodia per evitare furti o deperimenti. La biblioteca stata schedata a dovere. La tipologia entro la quale inserita quella della Casa Museo: un utilizzazione pratica e plausibile di spazi cos obbliganti non impresa a portata di mano. Uno scopo residenziale non pensabile. Lorganizzazione di incontri, seminari o convegni, in accordo magari con lUniversit, non semplice, anche per lubicazione, tanto affascinante quanto impervia. Emerge duole dirlo lerrore di includere realt del genere insieme ad altre assai pi vocate per varie attivit sociali. Per onorare il gesto di civico attaccamento e disinteressato amore compiuto da Cesare Brandi non resta che considerare il bene per quello che : un documento, appunto, del modo di vivere di unaristocrazia che amava la campagna e la sentiva come un osservatorio dal quale sembrasse di non distaccarsi da Siena, dalla citt-madre.

Aggiungere linflazionata parola di museo a quella di casa, che rimanda idee di vissuto quotidiano, di privato immodificabile urta la sensibilit di chi convinto che il criterio base non possa essere che quello di tramandarla come fosse un codice dotato di una compiutezza avversa a qualunque manipolazione. Un libro non scritto, lesemplificato modulo di abitudini scomparse: dinverno si stava in citt, ma appena sbocciava la primavera ci si trasferiva, contenti, nei pressi: Finalmente si sarebbe lasciato Siena, la sua ombra gelida, ha scritto Brandi. Nessuna vista aggiunse pi bella: la citt tutta distesa allorizzonte come il gruppo della Torre del Mangia, del campanile, della cupola del Duomo al mezzo, e attorno tutte case antiche, di un bel rosso mattone e grigie: ai due estremi due monticelli, Montieri e Monte Maggio. Veramente sembra dipinta.

Attrezzarla come un museino-kitsch rimuovendone suppellettili e ammennicoli equivarrebbe a distruggerla. Lo Stato e il Polo che lo incarna in Toscana dovrebbero rassegnarsi a gestirla in prima persona, impegnandovi le risorse necessarie, per organizzarci piccole mostre, mirati seminari, corsi di studio e facendovi circolare laria come ai bei tempi. Del resto questa linea era stata gi avviata, con garbo e rigore. Villa Brandi non i Tatti di Berenson o Villa La Pietra di lord Acton. Ha la misura domestica di un intellettuale che non fece dellarte segno di prestigio o ossessione di collezionismo. E dichiara unaffabile ospitalit anche ora che il padrone se n andato. Conservare costa. Non detto che tutto debba diventare laboratorio di chiss che cosa. O essere concesso a organismi di privati perch lo gestiscano a piacere stravolgendone i profili e uccidendone lanima.



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