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LItalia sta tagliando sulla cultura e il Sud
Salvatore Settis
Da Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2017



Numeri Il rapporto dellAgenzia di Coesione sui flussi di spesa pubblici per gli anni 2015-2016 smentisce alla radice la propaganda di governo

Il diavolo fa la pentola, ma non il coperchio. La retorica governativa insiste sui successi e i traguardi di unItalia che (si annuncia) uscita dalla crisi, o sta per farlo, e marcia verso un radioso futuro. Poi per c la doccia fredda dei dati, gli indici di sviluppo corretti al ribasso, i rating severi, gli ammonimenti da Francoforte o da Bruxelles; segue una qualche correzione di rotta mescolata a rivendicazioni e proteste, come se chiunque sollevi dubbi sullazione di governo sia complice di losche congiure. E, ciliegina sulla torta, la periodica esibizione di muscoli: Italia, patria della bellezza! della cultura! dellingegno! Grandi investimenti, straordinari progressi, miracolosi risultati. Guai a chi dice che il ministero dei Beni culturali, o quello dellIstruzione, disinvestono in tutela o in ricerca: qualcuno prontamente ricorder che ci sono anche Regioni ed enti locali, a compensare; e insomma la spesa pubblica nel suo complesso, si predica, gareggia col resto dEuropa.

I soldi messi sul sapere continuano a calare

Ma stavolta la doccia fredda viene da Palazzo Chigi: lAgenzia per la Coesione Territoriale, che dipende direttamente dal Presidente del Consiglio, ha diffuso il 24 luglio la sua relazione annuale, che analizza i flussi di spesa 2015-16 del settore pubblico allargato, disaggregandoli per aree geografiche e per settori. Per esempio, appunto, la cultura. uno dei rari esercizi di riflessione sulle politiche pubbliche dinvestimento e di spesa, ancor pi interessante perch contiene un confronto inesorabile fra la spesa italiana e quella degli altri Paesi europei, e ricostruisce la serie storica degli interventi finalizzati allo sviluppo del Mezzogiorno in un periodo molto lungo (1951-2015). Dati nudi e crudi, raccolti con impeccabile professionalit da un osservatorio privilegiato. E la pentola del diavolo mostra tutte le sue crepe.

Scopriamo cos che nel settore cultura, nonostante alcuni recenti interventi volti ad affermare la centralit della cultura come motore per il rilancio socio-economico dei territori, gli effetti sui livelli di spesa continuano ad essere inesistenti, anzi la spesa pro capite complessiva rimane invariata con tendenza al decremento, e nulla indica che qualcosa cambiato, come viceversa si pretende. Quello in cultura rimane il pi grande disinvestimento settoriale che si sia avuto in Italia negli anni 2000, certamente influenzato dalle politiche di contrazione della spesa pubblica, che tuttavia nella cultura hanno pesato pi che in tutti gli altri comparti. Nel contesto europeo, il confronto internazionale risulta impietoso: la spesa primaria per attivit culturali e ricreative in rapporto al Pil risulta in Italia -nonostante lo straordinario patrimonio artistico e la ricchissima eredit culturale decisamente inferiore a quella media dei Paesi Ue.

Gi nel 2008, dopo la cura dimagrante firmata Tremonti-Bondi, lItalia era il fanalino di coda, con lo 0,8% del Pil; nel 2015 abbiamo gloriosamente raggiunto lo 0,7%, penultimi in classifica (dopo di noi, solo lIrlanda). E pensare che non solo la Danimarca e la Finlandia, ma anche Slovenia, Lettonia e Bulgaria registrano una spesa superiore al 2 % del Pil, e quasi tutti gli altri Paesi europei sono comunque sopra l1 %. Anche la quota spese delle famiglie italiane in attivit culturali e ricreative (6,6 %) non in linea con lEuropa (media 8,5%, con picchi oltre il 10% in Svezia, Olanda, Danimarca, ma anche Malta); meno che in Italia si spende solo in Romania, Portogallo, Grecia e Irlanda. Queste cifre scoraggianti diventano ancor pi deprimenti se andiamo a guardare le differenze fra Centro-Nord (71,2 % della spesa totale) e Mezzogiorno (28,8 %): quote significativamente sbilanciate in rapporto alla popolazione residente, sei punti-percentuale a sfavore del Sud. Eppure ci vien detto che asse delle politiche pubbliche il raggiungimento di una quota spesa nel Mezziogiorno superiore o almeno pari alla rispettiva quota di popolazione. Viceversa, il crollo di tutta la spesa pubblica a finalit strutturale dal 2008 in avanti ha pesantemente colpito il Sud, accentuandone il divario dal resto dItalia.

un divario che si ormai radicato profondamente, fino allattuale disparit strutturale di dotazioni effettive e di servizi nel Mezzogiorno: i treni sono pi vecchi e pi lenti, la rete ad alta velocit costituisce solo il 5,6 % della rete complessiva, la presenza turistica per abitante pari a 3,7 contro i 7,9 del Centro-Nord, la distribuzione dellacqua irregolare per il 18,3% delle famiglie a fronte del 4,9% del Centro-Nord, i Comuni che dispongono di strutture per linfanzia sono meno della met che nel Centro-Nord. In questo quadro desolante, si salva forse la spesa in cultura? No. Il crollo comune alle varie Regioni, ma nel Centronord si passa da 65 euro pro capite a 24, mentre nel Sud si passa da 43 a 18, e quanto alle decantate risorse aggiuntive, i dati implacabilmente confermano che le risorse aggiuntive sono risultate sostitutive della spesa ordinaria e settoriale.

Il disastro vero c da Roma in gi

Se possibile ancor pi drammatico il generale declino di ogni investimento nel Mezzogiorno, qui analizzato nella sequenza cronologica 1951-2015. I dati di spesa non lasciano spazio al dubbio: dallo 0,68% del Pil nel decennio 1951-60 si passa allo 0,85% negli anni Settanta, fino al crollo del quinquennio 2011-2015, quando gli investimenti calano allo 0,15%, anzi negli ultimi anni raggiungono un peso inferiore allo 0,1 % rispetto al Pil. In altri termini, i nostri governi sembrano aver rinunciato a qualsiasi obiettivo di riequilibrio fra le diverse aree del Paese. Eppure, nelle previsioni del DPEF 2007-2011 si era stabilito su questo fronte un livello di investimenti ideale di almeno lo 0,6% del Pil, e comunque non inferiore allo 0,4%.

Sarebbe bello, in mezzo a tante discussioni su come ricomporre una sinistra di governo degna di tal nome, che dati come questi venissero discussi per costruire una piattaforma programmatica. E messi in tensione con altri dati, per esempio limmensa evasione fiscale (la terza al mondo dopo Messico e Turchia) o la disoccupazione giovanile che ha il suo record europeo in Calabria (58,7%), superata solo dalle enclaves spagnole in terra dAfrica. O, per parlare di cultura, la carenza di politiche pubbliche indirizzate alle attivit culturali degli immigrati: anche qui lItalia brilla per un terrificante 55,5% di immigrati che nellintero 2016 non ha partecipato a nessuna forma di attivit culturale (dati Istat). Verr mai il momento in cui il pulviscolo delle sinistre anzich discutere solo di alleanze e collegi elettorali vorr accorgersi di quel che accade in Italia?



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