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II cavallo di Leonardo via da San Siro «Assurdo nascondere quella scultura»
di GIANGIACOMO SCHIAVI
03-AGO-2005 CORRIERE DELLA SERA cronaca Milano



C'è un cavallo a San Siro che imbarazza Milano, non corre però scalpita e ogni tanto risveglia passioni e sensi di colpa perché non c'entra con l'ippodromo ma con il genio di Leonardo: molti sì domandano perché è finito lì. Lo vuole spostare l'assessore alla Cultura Stefano Zecchi, storici e critici d'arte sono divisi, ma adesso lo chiede anche il presidente della «Fondazione Leonardo da Vìnci's Horse», Connecticut: 'Ci piacerebbe vedere l'opera in un sito più consono allo spirito del dono che il popolo americano ha voluto fare alla città di Milano per onorare il genio di Leonardo da Vinci».

Il cavallo è grande, enorme, la più grande statua equestre al mondo, pesa quindici tonnellate, è alta più
di sette metri e si regge solo su due zoccoli, a vederlo impressiona e stupisce come la sua storia, il sogno dì Leonardo, un'incompiuta del tardo Quattrocento nella Milano di Ludovico Sforza, arrivata al modello in creta e alla forma per la fusione, ma poi dimenticata e finita come bersaglio delle truppe francesi, colpita dagli arcieri guasconi e ridotta a pezzetti.
Un miliardario americano, Charles Dent, se ne innamora, legge sul National Geographìc che esistono ancora i manoscritti con le note del genio di Vinci per la fusione del cavallo, vuole riuscire in un'impresa memorabile e offrire a Milano quel che Leonardo cercava di realizzare. Ci riesce dopo più di vent'anni, sei milioni di dollari impegnati, una raccolta di fondi nelle città degli Stati Uniti per finanziare i lavori di una trentina di esperti. Non fa in tempo a vederlo finito; muore nel '94 quando la scultrice Nina Akamu viene incaricata di formare il modello finale. La macchina non si ferma: intervengono gli eredi. Si procede fino alla fusione in bronzo. Quel bronzo che nel 1948 Leonardo non aveva potuto sciogliere nella sua forma, realizzata con tanta fatica, perché Ludovico Sforza lo aveva destinato altrove: a fabbricare cannoni per il duca di Ferrara.
Delle trattative con Milano si parla più in America che in Italia. La collocazione non è così semplice. Primi contatti con la giunta For-mentini: spunta l'ipotesi della piazzetta San Vittore. Poi, di colpo, la destinazione ambrosiana prende una via frettolosamente equina: quella di San Siro, lato opposto al galoppatoio. Dirà Salvatore Carrubba, assessore alla Cultura della nuova giunta del Polo: «La scelta non è casuale, la ripresa dì Milano parte anche dalle periferie».
Sembra il massimo che la città può offrire nel settembre 1999, e la promessa di un parco culturale a San Siro con mostre e grandi eventi attorno al cavallo soddisfa gli americani, ma non il palato fine del massimo esperto italiano delle opere leonardesche, Carlo Pedretti.
Lui diserta l'inaugurazione, sente puzza dì bruciato, di scaricabarile. «Mi sono sempre rifiutato di sottoscrivere l'idea del cavallo di Leonardo vicino all'ippodromo — dice —, è un regalo carico di simboli, di sogni e di gesti. Confinarlo lì è stato un errore. Per Milano potrebbe essere l'equivalente della statua della Libertà di New York e come tale andrebbe collocata in un ingresso: autostrada, stazione, aeroporto... Ecco, Malpensa sarebbe 1& scelta migliore, è una porta internazionale e in più potrebbe far cambiare nome allo scalo».
Ci pensa per un attimo anche l'assessore Zecchi, che il cavallo «chiamato di Leonardo» l'avrebbe visto «benìssimo in piazzale Cadorna, luogo della genialità operaia lombarda», ma non può spostare oggi l'Ago e il filo di Oldenburg. «Malpensa? Può andare, ma vedrei bene una zona centrale per quel cavallo, perché non pensare a una collocazione davanti al palazzo della Ragione?»
Discussione riaperta, anche perché di parco culturale a San Siro oggi non si parla più e gli americani che generosamente hanno voluto dare un segnale di amicizia a Milano cominciano a vedere gli effetti negativi dell'abbandono, n cavallo è sporco, con il basamento scrostato. Non è una meta per i turisti. E pochi milanesi sanno che c'è. «E' lontano dallo sguardo, fuori ma-no», dice Peter Dent, che si batte per la valorizzazione dell'opera voluta dallo zio. Un Comitato per il Cavallo di Leonardo è sorto qualche mese fa. Sollecita un trasloco da San Siro. Suggerisce la piazza della Stazione Centrale, ma Malpensa andrebbe benissimo. «Non vogliamo alimentare contese, ma suggerire la soluzione migliore. Ovvio che l'ideale sarebbe il Castello Sforzesco, dove lo aveva pensato Leonardo, secondo le ricostruzioni di Carlo Pedretti», spiega il portavoce Carlo Orlandini. Lo storico Pedretti annuisce: «H cavallo potrebbe stare all'esterno, sul rivellino, dove sembra che Ludovico Sforza o lo stesso Leonardo pensassero di collocarlo. Ne parlai a lungo con Charles Dent, per suggerirgli come evitare di cadere nel falso storico. Gli sconsigliai anche la copertura in lamina dorata».
Tra gli esperti però c'è poco entusiasmo. «Non abbiamo bisogno di copie in città e questo cavallo non è che un bronzo moderno, l'interpretazìone di disegni, poco più che bozzetti, di Leonardo», è l'opinione dell'ex sovrintendente Pietro Marani. Carlo Bertelli, critico d'arte, ricorda che Leonardo era solito cambiare fino all'ultimo momento e forse, il cavallo, alla fine non sarebbe rimasto cosi.
L'assessore Zecchi rifiuta la resa Lui vorrebbe mettere i monumenti di Milano in un frullatore e ricollocarli un po' alla volta in maniera appropriata. «A cominciare dal cubo di Aldo Bossi in fondo a via Monte-napoleone: così sembra un parcheggio per le bici. Io lo vedo meglio su una collinetta, in un luogo di prospettiva per rendere giustizia all'opera di un grande architetto». E il cavallo? «Si può cominciare a suggerire posti idonei, possono farlo anche i milanesi». Un altro referendum?



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