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«Il nostro potere non esiste»
Fiorella Minervino – Germano Celant
LA STAMPA 3 agosto 2005



GENOVA - DA un lato il Castello Mackenzie, dall'altro l'Hotel Miramare, entrambi del Coppedè, sotto la ferrovia con la Stazione Principe, e poi il buco nero del mare: l'edificio dove abita il critico Germano Celant, dividendolo con la casa a New York e quella a Milano, è lo stesso dove è nato nel 1940 e dove conserva i suoi archivi.
Unico italiano Senior Curator per l'arte contemporanea al Guggenheim di New York, editor delle riviste Artforum e Interview, è considerato lo scopritore dell'Arte Povera e il maggior esperto della Pop Art, curatore della Fondazione Prada, autore di oltre 50 volumi.
Caro Celant, lei è il critico d'arte italiano più noto a livello internazionale e probabilmente anche il più potente: come si esercita questo potere? Come influenza i mercati dell'arte, e l'attività di musei, gallerie, istituzioni?
«Guardi che non è così: questo potere del critico non esiste. Dobbiamo invece parlare di una convergenza: ciò che conta è l'importanza del singolo artista,, è il contributo della sua, opera. Questa è la base, dopodiché sull'artista e sull'opera converge una rete di interessi culturali e economici, è un mosaico di attenzioni, in cui il critico come me non è altro che un tassello».
Ma lei come è arrivato ai vertici della critica d'arte? «Mi sono inventato, facendo di tutto. Mi sono buttato su libri e cultura. A16 anni leggevo Sartre, mi identificavo con Beckett. Frequentavo gli artisti locali che mi presentavano i personaggi di passaggio, qui a Genova. La cultura mi serviva per trovarmi un'identità. Per due anni ho frequentato la facoltà di ingegneria per compiacere mio padre, poi ho lasciato, mi sono inventato i cineforum dove veniva invitato Bernardo Bertolucci. Mi interessava la cultura visiva in generale, decisivo fu l'incontro all'università icon Eugenio Battisti, che ci spiegava il Barocco come intreccio fra tutte le arti. Con lui conobbi Maurizio Calvesi e un giovanissimo Portoghesi, facevo le news sulla rivista Marcatrè».
Quando ha cominciato a entrare in contatto con grandi artisti?
«A Torino incontrai Arturo Schwarz che mi introdusse a Duchamp e a Man Ray, e conobbi Tazzoli e Sperone: avevamo la stessa età, mi presentarono Warhol, poi la pop art».
Poi arriva l'Arte Povera... «Nacque per una specie di complicità generazionale. Diventai amico di Pistoletto, Merz, Anselmo, Penone, Zorio, Kounellis già negli Anni Sessanta. Arte Povera era l'idea di chi non ha soldi, quello che trova va bene, carbone, fili di ferro, tela o altro. Contavano lo spirito libertario, la liberazione dai tabù. Nel '67 organizzammo l’evento di Amalfi mostra che cattedratici come Argan raccomandavano di non visitare. Fu un successo perché mi aprì le porte dell’America».
Non si sono spenti gli echi delle polemiche sulla Biennale di Venezia, che però sembrano investire l'idea stessa di arte, così com'è pensata oggi. Lei che ha lavorato proprio sull'osmosi fra arti diverse che giudizio esprime sulla situazione odierna?
«I giovani artisti sono figli di Andy Warhol, che ha messo i linguaggi estetici sullo stesso livello orizzontale, anche se in parte lo avevano fatto le avanguardie storiche (vedi i Futuristi). Oggi un artista fa il ristorante, un altro fa teatro, uno i film, uno i video, su un piano di globalizzazione etnico-democratica. Sinora è l'Occidente a giudicare, ma in futuro sarà diverso. Nuove diverse forme affluiscono da Corea, Vietnam, Taiwan, India, Africa, Cina. La grande novità è la cultura globale. Avevamo un'idea ottocentesca, romantica, dell'arte e della qualità, applicate al design o anche alla moda, d'ora in poi il criterio sarà invece di quantità, e non sappiamo ancora come saranno la gestione economica. Si cambia gioco. Tutti ne hanno paura perché non ne sanno granché».
Che cosa sta preparando? «Con la Fondazione Prada (che aprirà uno spazio nella 52 ° Strada a New York), curiamo per la Biennale Cinema una "Storia segreta" del cinema asiatico anni 30-40, alla Fondazione Cini. A Torino inauguro l'8 ottobre, alla Promotrice, la mostra di Mapplethorpe, fra antico e moderno, cioè a confronto con le radici storiche, Warhol, van Gloeden, e artisti controversi come Schiele. L'anno venturo a Montecarlo, per il Grimaldi Forum, organizzo con Lisa Jansen "New York New York", cinquant'anni anni delle arti in America, inoltre preparo una personale di Kiefer per il Guggenheim di Bilbao».
L'ultima domanda: Genova che posto occupa nella sua vita fra un viaggio e l'altro? «Mio padre era impiegato, eravamo in un dopoguerra senza soldi, ricordo il porto brulicante di americani. Giravo nei vicoli, fra prostitute, contrabbandieri, giocatori di tavolette e altro. Certe notti dormivo sulla terrazza, e guardavo nella notte l'enorme buco nero del mare: pensavo a come valicarlo».



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