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Divo Nerone, l’ok del Comune (con coprifuoco)
Andrea Arzilli
Corriere della Sera - Roma 1/7/2017

Stasera riparte lo show ma deve finire alle 22.30

Riecco il Divo Nerone, l’opera rock sul Palatino: da stasera per tutto il mese di luglio tornerà in scena il musical grazie all’autorizzazione in deroga concessa dal Comune. Lo show era stato stoppato il 19 giugno dai vigili urbani perché ritenuto non in regola con i decibel. Nel nuovo nullaosta arrivato dagli Uffici ci sono delle prescrizioni: volume massimo a 70 decibel e fine spettacolo entro le 22,30, di fatto un coprifuoco. Ma il sito archeologico è classe 1 e per legge ammette solo 35 decibel. E, in più, la deroga dovrebbe essere decisa dalla sindaca con un’ordinanza. Ma sulla riapertura del Divo Nerone la firma di Raggi non c’è.

Contrordine: l’opera rock Divo Nerone riprende da stasera per tutto il mese di luglio (invece che fino al 10 settembre), 25 spettacoli grazie a una deroga «spezzatino» autorizzata dal Dipartimento Cultura che assorbe il dispositivo di nullaosta sui limiti acustici elaborato dal Dipartimento Tutela Ambientale. Un garbuglio di lasciapassare che, se vogliamo, enfatizza il pasticcio sul musical più discusso dell’estate, e non certo per i meriti artistici. Ricorsi al Tar presentati, licenze per l’agibilità mancanti nonostante un business plan da 14 milioni e denunce delle suore che abitano nei due conventi adiacenti all’ecomostro d’acciaio tirato su sul Palatino, sito archeologico che il mondo invidia alla Capitale ma nel quale sono state addirittura scavate trincee di un metro e mezzo per interrare i cavi elettrici necessari allo show: in questa storia non è mancato nulla. E pure la nuova puntata regala delle perle assolute. «Sono preoccupata per questo sito violentato e per le persone: per questo ho presentato un esposto in procura», dice Nathalie Naim, consigliera dei Radicali al Municipio I, che annuncia di andare a verificare le emissioni acustiche con un fonometro.

Perché nel nullaosta inviato dal dipartimento Ambiente a quello Cultura emergono delle prescrizioni che cercano (goffamente) di tenere conto del giugno pericoloso di Divo Nerone, dalla prima «vip» del 6 giugno senza permessi ma autorizzata per motivi di ordine pubblico fino allo stop deciso il 19 dal Comune per salvaguardare i timpani di suore e frati. Scrive Pasquale Pelusi, direttore dell’ufficio Ambiente, nel concedere l’ok in deroga al musical della Nero Divine Ventures spa: «Saranno ammessi al massimo 70 decibel», mentre alla società toccherà «anticipare la fine dello spettacolo entro le 22,30», inaugurando di fatto il primo musical col coprifuoco. Inoltre gli organizzatori dovranno «monitorare l’evento e trasmettere un report settimanale, installare limitatori di potenza dell’impianto acustico e mitigare, mediante eventuale installazione di pannelli fonoassorbenti, le immissioni sonore nei confronti del ricettore sensibile “disturbato”», alias i religiosi che hanno protestato. Tutto a posto, si riprende.

In realtà però la faccenda si complica ancora. Per esempio la deroga tiene conto del mese di luglio, ma non del pregresso rumoroso, dal cantiere di aprile in poi. E poi c’è la questione meramente artistica: può uno spettacolo che prima terminava dopo mezzanotte «comprimersi» di un’ora e mezzo?

O è lecito aspettarsi che i nuovi limiti fissati dal Comune verranno sforati?

In più le vecchie questioni restano irrisolte: il sito sul Palatino è classe 1, cioè monumenti e reperti sono così importanti e delicati che il limite acustico è fissato per legge a 35 decibel, quindi esattamente la metà del volume che il Comune concede attraverso la nuova deroga.

E per finire c’è anche un nuovo inghippo burocratico che rischia di far saltare tutto: secondo il Piano di zonizzazione acustica del Comune di Roma, deliberazione n 60 del 2002 punto 1.2.7, «le deroghe sono disciplinate con atto di indirizzo e di coordinamento del sindaco», mentre il punto 1.4 precisa che «tale deroga viene rilasciata con ordinanza del sindaco».

Quindi nessuna deliberazione, né atto amministrativo, men che meno parere degli Uffici.

Ma in questo caso la firma di Virginia Raggi non c’è.



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