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MUSEI, L'ASSURDA ITALIANIT
MASSIMO VILLONE
27 maggio 2017 LA REPUBBLICA



NON c' dubbio che il tempo di Renzi sar ricordato per il record di riforme straordinariamente fallimentari, dall'assalto sciagurato alla Costituzione al Jobs Act, passando per la buona scuola, la Rai, la Pa. Va detto, per, che la riforma dei musei non si mostrava tra le peggiori. E certo colpisce la sentenza del Tar Lazio che azzera le nomine dei direttori di alcuni dei maggiori istituti italiani, tra cui il Museo archeologico di Napoli.

Al momento della nomina dei direttori stranieri, ricordiamo che qualche mugugno emerse, sulla linea autarchica della impossibilit che in Italia mancassero competenze adeguate. Ma non sembr, almeno a chi scrive, una critica irresistibile. Dopo tutto, era prevedibile che qualche speranza rimanesse delusa. Sembrava per ragionevole che un paese ricco di un patrimonio museale forse unico al mondo cercasse il meglio anche al di fuori dei propri confini.

Non meraviglia, dunque, che siano arrivati ricorsi, a seguito dei quali viene la censura del Tar da un lato per vizi di procedimento, e dall'altro per la violazione di una obbligatoria italianit dei direttori. Sul punto sembra di poter cogliere una differenza. Certamente un concorso pubblico circondato da cautele e formalit. Ma sono volte a favorire il corretto formarsi della migliore decisone possibile. Si trae ad esempio dalle notizie di stampa che sarebbe stato censurato lo svolgersi di prove orali a porte chiuse. E non c' dubbio che per principio generale debba invece essere garantita la pubblicit. La presenza del pubblico deve rimanere possibile, non importa se nella sala, da una tribuna, o per tv a circuito chiuso, o intorno a un monitor via Skype. Se poi il pubblico di fatto non c', va bene lo stesso. Ugualmente, la motivazione non deve essere perplessa o contraddittoria. Dunque c' da sperare che gli autorevolissimi componenti del collegio giudicante non abbiano avuto distrazioni fatali durante i lavori. Come c' da sperare che i giudici non abbiano ritenuto che le forme di pubblicit di oggi debbano essere uguali a quelle del XIX secolo. Ma l'italianit obbligatoria? Qui a quanto si capisce il problema viene non da una prescrizione esplicita di italianit, ma dal silenzio legislativo sul punto. Il direttore straniero rimane escluso perch il legislatore non lo ammette espressamente. E questa censura molto meno convincente. Per quanto sappiamo, la norma fa riferimento in termini generali a persone di elevatissima e comprovata qualificazione professionale. Nel contesto della legge, e in vista degli obiettivi perseguiti, non sarebbe stato pi ragionevole interpretare il silenzio del legislatore nel senso esattamente opposto, di apertura a candidati non italiani? E possiamo mai dimenticare il principio di libera circolazione posto a fondamento dell'Unione Europea e tradotto nel nostro ordinamento dall'articolo 117 della Costituzione? Appare certamente idoneo ad orientare nel senso dell'apertura l'interpretazione giudiziale. Una parte del Pd non ha perso l'occasione per far partire un attacco ai giudici, commentando che bisognerebbe riformare i Tar, e che il paese non va avanti se affonda nei cavilli. Ai malesseri da aula di giustizia del Pd siamo ormai abituati. Dovremmo ricordare che un controllo giudiziale dell'operato della pubblica amministrazione, e pi in generale del potere politico, essenziale in uno stato moderno, anche se proprio non piace a chi comanda. certamente vero che possono aversi sentenze sbagliate, e forse quella del Tar Lazio tra queste. Il Consiglio di Stato risponder. Intanto, siamo con chi afferma che alle sentenze sbagliate si risponde solo con altre sentenze volte a correggerle. E magari con leggi e regolamenti scritti meglio, che non lasciano silenzi e ambiguit dove lo scontro di contrapposti interessi non pi ricondotto a sintesi efficace da una politica inerte e da istituzioni poco o nulla rappresentative. Che nessuno pensi a un altro giro di riforme e rottamazioni, se non vogliamo che alla fine rimangano solo i rottami. Certo, un destino singolare. Non resistiamo all'ingresso nel nostro paese dell'idraulico polacco, con il relativo dumping sociale. Non resistiamo al finanziere d'assalto che spolpa le nostre aziende ipotecando il futuro di tutti. Non resistiamo ai cinesi che comprano le nostre squadre di calcio. Ma resistiamo con burocratico valore all'ingresso di chi da altri paesi ha la singolare pretesa di saper conoscere e gestire le cose nostre meglio di noi. Non passa lo straniero.




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