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Da Venezia al Prosecco i nodi dellaffaire Unesco
di Francesco Erbani
la Repubblica, 17 maggio 2017

C chi si mette in fila e, impaziente, aspetta dieci anni prima di essere ammesso. Chi invece, ammesso, denuncia che il farne parte rischia di diventare solo una medaglietta da sfoggiare. Non il sodalizio di Groucho Marx (Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me), ma la lista del Patrimonio mondiale dellUnesco, dove sfilano oltre mille siti che in tutto il mondo,per la loro eccezionale importanza, godono di uno status speciale attribuito dallorganismo delle Nazioni unite per leducazione, la scienza e la cultura: quello di appartenere a nessun altro se non allumanit intera.

LItalia vanta un record, il maggior numero di siti presenti, 51, insidiata dalla Cina che ne ha uno di meno, record al quale si aggiungono 41 luoghi che ambiscono ad entrarvi, non sempre con unanime consenso. Ma il nostro Paese sconta anche un handicap: per alcuni siti, non tutelati al meglio, si chiede di valutare se il riconoscimento sia ancora meritato.

Far parte del patrimonio Unesco unambizione rilevante. A dispetto del fatto che studi recenti su siti inglesi, francesi e turchi dimostrino che non c stretta relazione fra il marchio e la crescita di visitatori. E neanche in Italia dove, stando a una ricerca del 2013 di Ludovico Solima, economista della cultura, la designazione condizione necessaria, ma non sufficiente per attivare processi di valorizzazione turistica .

Restano comunque un forte senso identitario e un effetto immagine. E se si perdesse il marchio il contraccolpo potrebbe essere vistoso. Inoltre il riconoscimento rende pi visibile larte rupestre della Valcamonica (primo sito italiano a entrare nella lista nel 1979). Influisce molto meno per Pompei o per il centro storico di Roma. La selezione comunque dura ed elaborare una candidatura costoso. Occorre superare esami su esami e approdare al vaglio della Commissione nazionale italiana Unesco, presieduta da Franco Bernab e alla quale aderiscono diversi ministeri, a cominciare da quello dei Beni culturali. Fondamentale poi la stesura di un accurato piano di gestione. E, una volta accolti, non bisogna pensare che tutto finisca l, con la medaglietta. Limpegno alla tutela decisivo.

Lo sanno bene a Venezia, dove si attende con ansia che il Comitato per il patrimonio dellUnesco, riunito a Cracovia a met luglio, decida se la citt e la laguna, nella lista dal 1987, debbano restarci o essere iscritti nella lista dei beni in pericolo. Una lista nella quale compaiono luoghi minacciati da conflitti (dallAfghanistan alla Siria allIraq, dalla Libia al Mali), ma anche lantico porto mercantile di Liverpool o il parco nazionale delle Everglades negli Stati uniti, insidiato il primo da un discutibile progetto di riqualificazione, il secondo dal degrado dellhabitat marino. Negli anni scorsi stavano per finire fra i beni in pericolo anche Pompei e Villa Adriana. Ma la retrocessione stata evitata.

Una retrocessione rischia anche Vicenza che, insieme al paesaggio palladiano, nella lista dal 1994. In entrambi i casi sono state associazioni come Italia Nostra o comitati di cittadini a chiedere che lUnesco accerti se a Venezia siano sopportabili le Grandi Navi in bacino San Marco [in Laguna - n.d.r.], i dissennati progetti di scavi in laguna, un turismo fuori controllo, sempre pi appartamenti trasformati in bed and breakfast e, a Vicenza, lo scioccante complesso di Borgo Berga, che a poche centinaia di metri dalla Rotonda di Palladio comprende persino il Tribunale, la costruzione di una nuova base militare americana e i progetti per lalta velocit.

LUnesco ha preso in seria considerazione entrambe le denunce. Ha stilato un duro rapporto su Vicenza nel giugno 2016 e ha mandato tre ispettori a fine marzo scorso. Si attende il loro responso. in dirittura darrivo, invece, il procedimento per Venezia, dove gli ispettori si sono recati nellottobre del 2015 e in un preoccupato dossier hanno fissato un ultimatum: entro febbraio del 2017 il Comune di Venezia avrebbe dovuto eliminare i fattori di rischio, Grandi Navi e tutto il resto. In un primo tempo il sindaco Luigi Brugnaro ha fatto spallucce: a Venezia ci pensano i veneziani, sbottato. Poi ha cambiato registro, si precipitato a Parigi e alla direttrice dellUnesco, Irina Bokova, ha consegnato un rapporto pieno di buone intenzioni. Successivamente ha mandato integrazioni e ha fatto sapere che in luglio andr a Cracovia.

Ma le assicurazioni basteranno? Le Grandi Navi restano il punto dolente. Trascorrer unaltra estate con le navi che faranno su e gi davanti a Palazzo Ducale, dice sconsolata Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretaria del Mibact con delega Unesco. Una soluzione non c. Sono stati proposti itinerari alternativi con terribili scavi di canali che avrebbero manomesso lequilibrio della laguna. Tanto terribili da essere bocciati. Al Comune ora si predilige unaltra ipotesi: far passare le navi nel canale dei petroli e poi nel vecchio canale Vittorio Emanuele, che per andr approfondito scavando, di nuovo, fra i 5 e i 7 milioni di metri cubi di fanghi tossici. Comunque la soluzione incontra forti opposizioni in citt e non ancora un progetto. Invece lUnesco chiede soluzioni concrete. Come andr a Cracovia? Venezia non se la caver con lassoluzione. Forse neanche con la retrocessione fra i beni in pericolo. Probabile un rinvio al 2018.

Molti consensi ha incassato la candidatura italiana che verr discussa in luglio: le opere di difesa della Repubblica veneziana fra XV e XVII secolo che si trovano in Italia (Venezia, Bergamo, Peschiera del Garda, Palmanova), in Croazia (Zara e Sebenico) e in Montenegro (Cattaro). Di analogo sostegno gode la candidatura delle architetture di Ivrea, frutto delliniziativa di Adriano Olivetti: se ne discuter nel 2018. Pi controversa la candidatura delle colline trevigiane dove si coltiva il Prosecco. Il procedimento prende lavvio nel 2008 per iniziativa del Consorzio dei produttori di Conegliano e Valdobbiadene, sostenuto dallallora ministro dellagricoltura Luca Zaia che ne resta sponsor da presidente del Veneto. Interessa unarea di 20 mila ettari si legge nel dossier di 240 pagine dove si insediato un paesaggio culturale, natura e opera delluomo insieme, caratterizzato dalle ricche produzioni del Prosecco, una vera eccellenza (90 milioni di bottiglie lanno).

Da tempo, per, associazioni ambientaliste e la Fondazione Benetton contestano linvasione delle coltivazioni di Prosecco, che, soprattutto nella parte meridionale del trevigiano, ha fatto scomparire i seminativi arborati , scrive Tiziano Tempesta, professore di Agraria a Padova, in un rapporto dello scorso inverno. Ha omologato e banalizzato il paesaggio. Si poi intensificato limpianto a rittochino, pi rischioso idrogeologicamente, con le viti che scalano la collina dal basso verso lalto, al posto del tradizionale giropoggio, segnala Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. Sotto accusa anche luso di pesticidi. Tempesta stato fra gli artefici dellinserimento nel Registro nazionale dei paesaggi storici della parte di colline trevigiane in cui resistono i caratteri tradizionali delle colture. Studia da anni questa regione. E contesta che, nel dossier per lUnesco, si lasci intendere che anche i nuovi vigneti conservino caratteri storici.

Altri punti, insiste Tempesta, sono poco convincenti. Nella candidatura si scrive che il sito non ha subito rilevanti trasformazioni . Che dire, replica Tempesta, del gasdotto e degli impianti di stoccaggio del gas che si trova dietro il Castello di san Salvatore a Collalto?. E ancora: nel dossier si legge che la percentuale delle superfici urbanizzate dal 1960 al 2007 cresciuta dal 5,3 al 12,9, aggiungendo che la variazione modesta. Come modesta, insorge Tempesta: un dato preoccupante, riguarda 1.500 ettari, una quota che corrisponde alla media del consumo di suolo in Veneto, la seconda regione in Italia per territorio urbanizzato .



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