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Libero museo in libera patria. Sono gli Usa, mica lItalia
di Salvatore Settis
27 aprile 2017 IL FATTO QUOTIDIANO

Il MoMa di New York disseminato di opere di artisti che Trump non vorrebbe fare entrare. Da noi ai dipendenti vietato persino parlare senza il vaglio del ministero.

I musei pubblici mostrano la propria indipendenza intellettuale attaccando duramente le politiche del governo. Non dellItalia che sto parlando, ma dellAmerica di Trump. Basta andare nelle affollatissime sale del MoMA (Museum of Modern Art) di New York, per vedere a ogni angolo una protesta contro le discriminazioni alla frontiera lanciate dal neo-presidente repubblicano. In ogni sala, accanto alle opere degli artisti pi famosi, che attirano visitatori da tutto il mondo, la direzione del museo ha esposto unopera di un artista che proviene dai Paesi ai cui cittadini Trump vuol negare lingresso negli Stati Uniti.

Chi va al MoMA in questi giorni vedr accanto a Picasso un quadro del sudanese Ibrahim El-Salahi, accanto a Munch un dipinto dellirachena Zaha Hadid (s, proprio larchitetto del MAXXI, prematuramente scomparsa). La preziosa stanza con alcune opere di Umberto Boccioni ospita anche una scultura di Parviz Tanavoli, scultore iraniano che ha studiato a Brera; fra gli altri artisti iraniani, Shirana Shahbazi figura accanto a Marcel Duchamp, Charles Hossein Zenderondi vicino a Matisse, Tala Madani condivide una stanza con Mir, Faranaz Pilaram fa compagnia a Jackson Pollock. Sotto ognuna di queste opere, sempre la stessa scritta: Questa lopera di un artista che viene da una nazione ai cui cittadini, secondo un recente ordine esecutivo del Presidente, si vorrebbe negare laccesso agli Stati Uniti. Come questa, numerose altre opere darte sono state installate in tutte le sale per affermare che gli ideali di accoglienza e libert sono considerati vitali da questo Museo, e devono esserlo anche per gli Stati Uniti.

In un simile spirito, la Biennale di arte americana del Whitney Museum, che questanno si tiene per la prima volta nella sua nuova sede del quartiere di Chelsea, ospita un gran numero di opere di dura critica al governo americano, e in particolare allattuale Presidente.

Per citarne solo una, Frances Stark occupa una vasta sala del museo con otto enormi tele che riproducono altrettante pagine di un libro di Ian Svenonius (cantante underground e leader di un comitato contro ogni autoritarismo). Il titolo del libro (e delle tele) Censorship Now!, e invoca sarcasticamente limmediata censura dei media che invocando la libert di stampa si vendono al potere e allideologia neoliberista. Siamo inondati, immersi, immolati notte e giorno dai detriti che il loro monopolio della libert di parola ci rovescia addosso. un monopolio del potere di cui godono i pi egoisti, i pi ricchi, e dunque i pi grotteschi e i meno generosi. Non hanno freni, sono impazziti. Censuriamoli! ()
Censuriamo i politici! Anche se eletti, sono totalmente corrotti e si svendono ai pi schifosi interessi di parte. Dobbiamo mettergli la museruola! () Come mai si consente allindustria di inquinare il mondo con tutto quello che gli viene in mente di offrirci a modello dato che controllano il mercato? Perch non poniamo un limite alle tecnologie che trasformano e degradano la Terra e la nostra esperienza?. E cos via. Il pamphlet di Svenonius del 2015, ma Frances Stark lo riattualizza ingrandendone a dismisura le pagine, e arricchendole di sottolineature che impossibile non leggere come altrettanti riferimenti allamministrazione Trump.

Il museo, dunque, come luogo del dissenso e della protesta politica. Succede anche in Italia? C da dubitarne, visto che periodiche circolari e codici di comportamento invitano i funzionari dei musei pubblici a starsene zitti e buoni, parlando semmai solo per via gerarchica.

Storici dellarte, archeologi, architetti che lavorano nei musei statali non possono nemmeno manifestare la propria opinione sulle riforme a rate del ministero in cui lavorano, a meno che i contenuti siano preventivamente e obbligatoriamente vagliati dai Direttori generali competenti, mentre ogni iniziativa autonomamente presa in maniera difforme sar ritenuta non consona e dar luogo ad azione disciplinare. Negli scorsi anni si fatto un gran parlare di autonomia dei musei (o almeno di quelli cosiddetti principali). Ma solo quando vedessimo nei nostri musei spuntare qualche spazio per la libera espressione del dissenso cominceremo a credere che per autonomia pu intendersi, anche in Italia, prima di tutto la possibilit di pensare in proprio, e di dire quel che si pensa senza essere repressi dal Superiore Ministero.



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