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I venditori occulti
Tomaso Montanari
5 aprile 2017, LA REPUBBLICA



Se non sarà stralciato dalla legge sulla concorrenza, l’articolo 68 metterà fine all’idea stessa che il potere pubblico sottoponga a vaglio le opere d’arte private avviate all’esportazione. Con il nuovo regime, infatti, chi scoprirà di avere in casa un Raffaello o un Caravaggio potrebbe fingere di non averlo scoperto, autocertificare che quel quadro “di ignoto” vale meno di 13.500 euro e otterrà in automatico, dal sistema informatico, la licenza di esportazione. L’unica possibilità di intervento pubblico sarà un controllo a campione (così prevede la citata legge 445 del 2000 sulle autocertificazioni) attraverso il quale gli uffici esportazione (sempre più sguarniti di personale) riescano a intuire (non di fronte all’opera, ma attraverso una foto vista su uno schermo di computer) di aver pescato proprio un capolavoro «eccezionale» (così la legge), che il ministro (dunque l’autorità politica) dovrà poi fermare con un suo decreto. Non è difficile prevedere come andrà a finire. E infatti le grandi case d’asta internazionali hanno pubblicamente vantato il loro ruolo in tutto ciò: nel giugno del 2015 il Sole24Ore scrisse che l’allora presidente del consiglio Renzi e l’ancora ministro per i Beni culturali Franceschini erano d’accordo «sulla riforma di Apollo 2». Che non è il dio delle arti, ma il nome di una lobby di mercanti, che forse sarebbe stato più appropriato intitolare a Mercurio: case d’asta internazionali, associazioni di case d’asta nazionali, l’associazione di antiquari e galleristi, l’associazione librai antichi. Ora, con due anni di ritardo e in altra forma, il rompete le righe della tutela arriva a un passo dall’approvazione. Il risultato sarebbe quello di regalare al mercato internazionale e ai grandi musei stranieri quel che, rispettivamente, potrebbe essere venduto dagli antiquari italiani sul mercato interno, e comprato dai nostri musei. Ma davvero l’Italia può mandare a picco una luminosa storia plurisecolare di tutela — grazie alla quale il nostro patrimonio è ancora tra noi — con l’articolo di una legge sulla concorrenza? Non occorrerebbe prima un vero dibattito, nel Paese e nel Parlamento? Non è l’unico caso: pochi giorni fa è uscito sulla Gazzetta Ufficiale un decreto (il 31 del 13 febbraio 2017) che di fatto sopprime la tutela contestuale dei centri storici (aprendo alla possibilità di modificare i tetti anche accanto al Pantheon per metterci mini impianti eolici, o fotovoltaici), e consente di scavare senza autorizzazione anche in terreni di interesse archeologico. Un continuo stillicidio di norme sparse sta di fatto espiantando dalla Costituzione l’articolo 9: e la Repubblica — senza discuterne, e forse senza accorgersene — sta rinunciando a tutelare paesaggio e patrimonio. Non stiamo decidendo solo per noi, ma anche per i nostri figli e i loro discendenti. Non è forse il caso di fermarsi a riflettere?



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