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TORINO-Venaria Reale, dieci anni di eccellenza
GIAN ANTONIO STELLA
Corriere della Sera, 24/03/2017

«Giunti alla Sala del Trono, uno di questi, con accento toscano, osò sedersi sul Trono e sputarvi sopra con atto di dispregio aggiungendo parole di offesa che non trascrivo». Vibrava di sdegno, il Conservatore del Real Palazzo del Quirinale, annotando l’irruzione, il 24 marzo 1944, d’una squadraccia di fascisti e di soldati nazisti rabbiosi contro Vittorio Emanuele III e i Savoia, additati come i traditori di Benito Mussolini.

Quel seggio regale, che in origine stava nella Sala del Trono nel Palazzo ducale di Parma e con l’affermarsi del Regno d’Italia era finito, insieme a tanti pezzi bellissimi di altre residenze appartenute ad altri sovrani, nel turbinio di «un movimento incessante di mobili, arazzi, argenti, porcellane, bronzi e quadri che vengono sospinti verso le residenze della corte sabauda» (come scrive Luisa Morozzi) appare per la prima volta agli italiani, proprio così come era al Quirinale ai tempi della monarchia. Domani. A Venaria Reale. Dove, nelle Sale delle Arti, si apre la mostra Dalle Regge d’Italia. Tesori e simboli della regalità sabauda.

Per tre mesi e fino al 2 luglio, come spiegano i curatori Silvia Ghisotti e Andrea Merlotti, saranno esposte «130 opere provenienti dalle Regge della Penisola nel periodo in cui i Savoia rivestirono il ruolo di re d’Italia». Opere che «illustrano come gli stessi disegnarono e definirono la regalità italiana, dopo gli esiti del processo risorgimentale» e che arrivano da un sacco di parti. Oltre che dal Quirinale, dalle Gallerie degli Uffizi, dal Palazzo Reale di Napoli, dalla Reggia di Caserta…

Ricordate la canzone Ho visto un re di Dario Fo, lanciata da Enzo Jannacci? «… è l’imperatore che gli ha portato via/ un bel castello.../ Ohi che baloss!/ ...di trentadue che lui ce n’ha./ Povero re!/ E povero anche il cavallo!». Parevano un’enormità, trentadue castelli. Ma i Savoia, via via che il regno si allargava, arrivarono ad averne di più, di più, di più.... Fino a passare la cinquantina.

Tra le quali, appunto, la splendida Reggia di Venaria. Che dopo esser stata lasciata due secoli fa all’esercito, storpiata da interventi devastanti e infine abbandonata al degrado, all’assalto di una giungla incolta con alberi cresciuti fin sopra i tetti e al saccheggio di tutti gli arredi e di ciò che era rimasto di prezioso, è oggi citata ad esempio di quanto possa essere virtuoso un recupero. Pochi anni e, senza le scorciatoie della Protezione civile, senza decretazioni di emergenza, senza appalti a trattativa diretta, senza baruffe politiche, è tornata ad antichi splendori. E celebra nel 2017 i dieci anni di apertura al pubblico.

Un decennio che, con 42 mostre spesso affollatissime (dai Tesori sommersi dell’antico Egitto al Bucintoro dei Savoia), 3.500 concerti, spettacoli, eventi e oltre 31.500 itinerari didattici delle scuole, ha fatto schizzare i visitatori (solo 1.750 nel 1990, quando si entrava tra le rovine soltanto con una guida) a oltre un milione l’anno scorso. Tutti paganti. Un esempio che dovrebbe incoraggiare il recupero di altre cittadelle, altri castelli, altre regge...

Quando nel 1861 divennero re d’Italia, scrive Andrea Merlotti nel saggio introduttivo del catalogo, i Savoia «potevano vantare alle loro spalle una storia di nove secoli, che permetteva loro di dirsi la dinastia più antica d’Europa e quella con la maggiore e mai interrotta permanenza su un trono». Va da sé che man mano, da Bourg-en-Bresse a Torino, da Chillon a Vercelli, da Venaria a Stupinigi e poi Carignano, Racconigi e Pollenzo, quello che oggi definiremmo un «impero immobiliare» continuò ad ampliarsi per dilagare infine nell’intera penisola con le acquisizioni di edifici straordinari appartenuti ai granduchi di Toscana e ai Borboni, ai duchi di Parma e al Papa. Fino al punto che, spiega il curatore, «nessuna altra casa reale europea poteva vantare un tesoro architettonico di tale ricchezza e splendore, che comprendeva palazzi che erano stati per secoli fra i più belli e celebri d’Europa».

Un patrimonio immenso. Certo, per Vittorio Emanuele II, che frequentò il meno possibile Firenze e che si presentò a Roma nove mesi e mezzo dopo la presa di Porta Pia («Finalment ij suma», sospirò) cenando per la prima volta nel palazzo del Quirinale con un menù tutto francese («Potage à la Londonderry, Petites Croustades à la Normande Aiguillettes Villeroy, Poisson de Mer à l’Américaine Sauce Homard…»), il cuore del regno restava Torino. Lì fu sancita la consegna del Veneto all’Italia, lì «ricevette i delegati che gli consegnavano la Corona Ferrea, il simbolo stesso della monarchia italiana, che nel 1859 Francesco Giuseppe aveva sottratto al Duomo di Monza», lì pretese «ancorato ostinatamente al vecchio Piemonte» che si svolgessero i principali passaggi storici e i grandi eventi di corte.

Lo stesso Quirinale lo metteva a disagio al punto di prendersi subito una residenza «sua», Villa Pallavicini, e la tenuta di Castel Porziano «destinata a divenire il teatro romano per le cacce reali». Furono Umberto I e la moglie Margherita ad allontanarsi sempre più dal Piemonte, a scegliere di vivere lì, in quello che era stato il palazzo di trenta Papi, da Gregorio XIII a Pio IX, e decidere di viaggiare senza sosta, per anni, «fra regge e palazzi di tutta la penisola». Un capriccio? Non pare. Quella «politica d’itineranza aveva il compito di legare alla Corona ceti dirigenti che con i Savoia non avevano mai avuto a che fare e che, in alcuni casi, non avevano mai neppure conosciuto una monarchia dinastica. Ma se i sovrani viaggiarono molto e si servirono di pressoché tutte le regge in loro possesso per tenervi balli, feste, ricevimenti, non fecero lo stesso per gli eventi dinastici». Riservati solo a Roma e Napoli, «città che, in particolare, divenne con Umberto e Margherita la seconda sede sabauda del Regno». Una scelta, sottolineano i curatori della mostra, che «non fu priva di conseguenze nel costruire una forte fedeltà della città alla dinastia», durata fino al referendum del 1946. Quando, a dispetto degli strilli dei neoborbonici di oggi contro i «Savoia assassini», la monarchia ottenne a Napoli, contro la repubblica, il 79% dei voti. Segno che quel trono da domani in mostra, allora, nonostante tanti errori imperdonabili dei Savoia, loro se lo sarebbero tenuto…

A dieci anni dalla riapertura dopo il restauro, la Venaria Reale (nella foto) propone al pubblico, da domani al 2 luglio, la mostra Dalle Regge d’Italia. Tesori e simboli della regalità sabauda, curata da Silvia Ghisotti e Andrea Merlotti. L’esposizione, che si tiene al secondo piano nelle Sale delle Arti, racconta la dinastia dei Savoia nel periodo compreso tra il 1860 e il 1920, attraverso 130 opere provenienti da tutte le regge d’Italia che la casa reale acquisì con l’unificazione della Penisola.



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