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Così il turismo ci fa del male. Lo Stato salvi Venezia e l’Italia
Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera 15/2/2017

Flussi incontrollati per far cassa nei Comuni. Serve un’autorità nazionale che li governi

A costo di apparire ripetitivi e noiosi, a costo di doversi sentire dire che bisogna occuparsi come al solito di «ben altro», non bisogna stancarsi invece di dirlo e di scriverlo: il nostro patrimonio urbano, paesaggistico e artistico è sull’orlo del collasso. E di questo collasso, delle sue cause e dei suoi modi Venezia, grazie alla sua assoluta unicità, è il simbolo massimo. A cominciare per l’appunto dalle cause di un tale collasso.
E allora, proprio prendendo l’esempio di Venezia, diciamolo chiaro e forte: oggi è principalmente il turismo a mettere in pericolo il futuro del Bel Paese.
Un’orda di 30 milioni di visitatori
Il turismo, infatti, ci porta ogni anno fiumi di denaro ma in cambio produce un danno enorme alla ragione stessa della propria esistenza, e cioè alla bellezza italiana. Basti pensare che ogni anno si abbatte su Venezia, per l’appunto, la quantità inaudita di circa 30 milioni di turisti, qualcosa come più o meno la metà della popolazione italiana. I turisti calpestano, urtano, affollano tutto all’inverosimile, si sdraiano dovunque — sui gradini di ogni chiesa, di ogni ponte, sui minimi spazi liberi — obbligando i passanti a scavalcare i loro corpi e i loro zaini. Ma soprattutto i turisti vanno alloggiati e rifocillati. E allora lungo calli e vie ecco pizzerie, kebab, sandwicherie, hostarie, alternarsi in una ridda paradossale alle boutique delle griffe dai prezzi più astronomici, alle rivendite di limoncello e parmigiano, ai negozi della paccottiglia made in Vietnam. Miliardari sudamericani, commessi macedoni, operai giapponesi, avanti, avanti c’è posto per tutti. Per la notte infine si aprono le porte dei mille alberghi ma soprattutto di un terzo o forse la metà, si calcola, delle abitazioni della città, le quali sono adibite ormai da anni (perlopiù illegalmente) a vere o finte seconde case, a bed and breakfast clandestini, a microappartamenti alla giornata.
La città fantasma
Venezia è ormai irrimediabilmente una città fantasma, l’originale di una Disneyland che è già eguale alla propria copia. Una mostruosità. Dove ogni giorno arrivano navi da crociera di oltre 100 mila tonnellate attraverso il bacino di San Marco, passando dunque sì e no a 500 metri dalla basilica. Uno spettacolo tra il fantasy e l’horror: puro stile Disneyland appunto. Una città fantasma cui presiede però un sindaco vero che si chiama Luigi Brugnaro e che — tanto per far capire ai lettori come la pensa — è uno che dice di non amare né i filosofi né i professori (c’è assolutamente da credergli), e che contro le suddette navi protestano «solo gli estremisti»; che per il futuro di Marghera prospetta un programma del genere: «sul waterfront grattacieli fino a cento metri quanti ne vogliono, con terziario residenziale, alle spalle una zona industriale» (dunque grattacieli con affaccio solo sul davanti, immagino); e quanto al turismo ha poche idee ma fulminanti: «Quando hai fame prima pensi a riempire il frigorifero, poi a mangiare meglio. Se elimini il turismo si svuota il frigo e non mangiamo più».
Lo sfruttamento senza limiti
Ma il punto con il turismo è proprio questo: riempie il frigo e tuttavia i proprietari del medesimo frigo non pensano che esso sia mai riempito abbastanza. Dunque guai a chi voglia mettere loro un limite. Lo sfruttamento selvaggio delle risorse turistiche ha così creato a Venezia come in molti altri luoghi della Penisola un vasto intreccio d’interessi che tiene insieme tanto i proprietari del frigo che quelli che hanno il permesso di aprirlo solo una volta al mese: un intreccio che risulta virtualmente inespugnabile e mira in pratica a essere il padrone della politica locale e delle sue decisioni. Troppo spesso riuscendoci.
Anche in conseguenza di un fatto che ha dell’incredibile. E cioè che l’Italia non ha alcuna specifica autorità politica nazionale responsabile per il turismo: solamente un’agenzia volta alla promozione dell’offerta turistica e peraltro da tempo immemorabile agonizzante per totale mancanza di fondi e dunque ridotta all’impotenza. Quindi nessuna pianificazione con relativi obiettivi, nessun tentativo di governo dei flussi grazie a opportune incentivazioni e disincentivazioni, nessun’iniziativa altresì per impedire i diffusissimi abusi ai danni dei turisti, nulla. Così tutto è frantumato in mano alle Regioni. Vale a dire in mano alla ben nota lungimiranza, disinteresse, e capacità di governo mediamente propri delle loro classi politiche. E di cui resta testimonianza memorabile, proprio a Venezia, il Mose con la sua ramificata Banda Bassotti composta quasi tutta di veneti purosangue (vero presidente Zaia? Ma un tempo non era Roma ad essere «ladrona»?).
Il silenzio delle istituzioni
Il turismo, insomma, è diventato il nuovo veleno che sta uccidendo i paesi e le città italiani, il nostro patrimonio d’arte e di cultura, spesso il nostro modello di vita e di relazioni sociali. C’è ancora a Venezia, mi chiedo, un tessuto di vita che in qualche modo possa dirsi veneziano, che abbia a che fare con la storia della città? E se c’è, quanto potrà durare ancora di questo passo? Ed è giusto questo? Ma soprattutto, è giusto che a decidere della sorte di Venezia siano solo gli iscritti all’anagrafe della città? Che il sindaco di Venezia tutto solo possa decidere ad esempio di progettare un nuovo terminal marittimo o un nuovo canale che consenta di accrescere l’afflusso in laguna delle grandi navi? Che sempre lui da solo possa consentire feste ed eventi devastanti tipo Carnevale, rinviare sine die il piano per il traffico acqueo, rilasciare licenze di ogni tipo, salvo poi, quando per qualche ragione monta la protesta, allora dare il via a tutto uno scaricabarile, a tutto un nascondersi dietro i «bisogna studiare», «bisogna capire», «mi dispiace ma la competenza non è nostra»? È giusto, ripeto, va bene così? Si risponda come si vuole. A me sembra solo che in qualche caso, come è per l’appunto questo, siano sempre di più gli italiani ai quali piacerebbe che, non dico a decidere, ma almeno a far sentire la propria voce alta e forte ci fossero uno Stato e un governo italiani.



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